..::| Obsidian reverie, cap. IV: la muse malade |::..
domenica, 25 ottobre 2009 - commenti (1)


M
a pauvre muse, hélas! qu'as-tu donc ce matin?
Tes yeux creux sont peuplés de visions nocturnes,
Et je vois tour à tour réfléchis sur ton teint
La folie et l'horreur, froides et taciturnes.


Le moment juste.Se ne stava lì, accasciata al vetro della finestra. Sotto di lei, una via brulicante di vita sotto al sole grigio e spento. Come ogni mattina. Mosse i suoi occhi pigramente da una faccia all’altra, da un’espressione all’altra, e cominciò a sondarle con malcelata amarezza. Noia, paura, soddisfazione; un bambino strattonava la mamma e indicava convulsamente i piccioni al centro della piazza, uno svolazzare in controluce. Un vecchio signore se ne stava sulla panchina a sfogliare un quotidiano, sbuffando ogni tanto dalla pipa e lanciando occhiate circospette ai passanti. Un muratore, con la fronte imperlata di sudore, usciva faticosamente dalle transenne del cantiere e guardava in alto, maledicendo la calura. Anche lei spostò lo sguardo in alto: le sembrò, per un attimo, di scorgere vagamente i lineamenti spigolosi di quel viso, e quello sguardo così strano. Così vivo. Strizzò gli occhi fino a farli quasi lacrimare, come se volesse penetrare la luce, sfuggire a quelle parvenze fastidiose; stava cominciando a non sopportarle più. Quello stupido quadro la stava tormentando, non aveva tempo per stare sovrappensiero.  Mentre si sforzava di riportare gli occhi su quella fremente sezione di vita che fluiva sotto di lei, un soffuso aroma di caffè la avvolse.
Buongiorno.
Si voltò di scatto, scuotendosi da quell’insolito torpore, e volse gli occhi all’interno dell’ufficio; dietro le scartoffie disordinatamente gettate sulla scrivania, sopra lo schermo perennemente acceso del pc,  c’era un sorriso visibilmente impegnato nel mostrare allegria. Ah, Daniel.
Buongiorno, Daniel.
Gli occhi di lei indugiarono per circa un secondo sul suo colletto nervosamente allacciato, e sulle due tazzine di caffè che teneva in mano. Poi si spostarono sulla sua espressione così bislaccamente sorridente, tradita solo da una goccia di sudore che cominciava a scendere sugli zigomi. I suoi occhi castani avevano un’espressione incomprensibile. Povero Daniel, era teso come una corda di violino. Gli concesse un mezzo sorriso, e poi si voltò di nuovo verso il vetro opaco. L’impeto di coraggio di lui vacillò bruscamente, pericolosamente in bilico sulle sue fragili fondamenta. Ma si riprese: deglutì, e si sforzò di scandire bene le parole. Non avrebbe balbettato stavolta.
Ti ho portato il caffè.
Il sorriso si aprì ancora di più, mostrandosi in tutta la sua goffa artificiosità e facendosi quasi tremolante. Il suo era uno sforzo considerevole, dopotutto. Lei si voltò di nuovo, prese pigramente in mano la tazzina e gli mollò un grazie tanto sincero quanto gelido. Daniel incassò bruscamente, e le parole gli si bloccarono a mezz’aria. Fece quasi cadere la tazzina.
Puoi sederti se vuoi, non ti mangio mica!
A Daniel si illuminarono gli occhi; il guerriero caduto che riprende in mano lo scudo e si rialza, stoicamente. Sfoggiò un sorriso da fotografia e si sedette accanto a lei. Quel vago e indecifrabile profumo che emanava ogni volta lo travolse; non riusciva a capire se fosse una sorta di odore naturale o qualche strano cosmetico. Lei intanto si era voltata verso di lui, e quegli occhi scuri lo perforavano senza pietà, mentre cercava di raccogliere le forze e dire qualcosa di sensato.
Una…bella giornata oggi vero?
Sì sì, davvero. Era tanto che il sole non splendeva così.
Già, l’avevo notato anche io. Dimmi, quelle scartoffie per il capo le hai già preparate?
Oh sì. Devo correggere le ultime cose, e poi spero che gli vada bene.
Si lasciò scappare una risatina. Daniel era talmente ammaliato che si rese conto della sua faccia ad ebete solo dopo qualche secondo, e cominciò a ridacchiare sommessamente anche lui. Il capo era un tipo difficile, in effetti. Ma riuscire ad articolare un discorso con la presenza soverchiante di lei di fronte era decisamente un’impresa. Decise di darsi una mossa: era troppo tardi per convenevoli, o la va o la spacca.
Senti, stasera cosa ti ha dato da fare? A che ore finisci il turno?
Stasera dovrei avere il turno corto. Esco alle 16, poi ho un po’ di commissioni da fare. Niente di particolare però.
Capisco. Beh sai…stavo pensando che magari…sempre se ti va…potevamo…

Headphones.
La porta dell’ufficio sbatté con un tonfo sordo. Entrò una segretaria, trafelata, facendosi strada tra i fogli sparpagliati dalla sua brusca entrata in scena. Stringeva in mano la cornetta del telefono come una fiaccola olimpica. Daniel rimase come immobilizzato, mentre la ragazza si sistemava la camicetta  e l’acconciatura e porgeva a lei il telefono:
Chiamata per te. Non so chi sia, ma dal tono sembra urgente…
Un ombra di costernazione si dipinse sul volto di lei, mentre prendeva in mano la cornetta e la portava all’orecchio. Daniel, ancora paralizzato dal disappunto, non riusciva a muoversi; la sua bocca era rimasta aperta, e i suoi occhi slittavano frenetici dall’una all’altra in preda al panico, nel disperato tentativo di captare informazioni.
Capisco… Sì, la ringrazio… Sarò lì il prima possibile. Grazie.

Il volto di lei intanto si oscurava sempre di più. Sentiva, dal profondo, un moto di paura disperata che risaliva da chissà quale abisso, aggrappandosi con artigli acuminati ai suoi pensieri che correvano all’impazzata, in un frenetico delirio di ombre. Niente di tutto questo, naturalmente, riusciva a trapelare da quel suo guscio di impassibilità e gelidi convenevoli, né a manifestarsi alla faccia curiosa e impaurita di Daniel, che spremeva disperatamente le meningi nel cercare di captare anche il più piccolo segnale, o della segretaria, più che altro confusa e un po’ interdetta, occupata ancora a sistemarsi la camicetta guardandola con delle occhiate ricolme di punti interrogativi. Tutto ad un tratto si alzò. Si riavviò i capelli, specchiandosi al vetro offuscato della finestra, raccolse la sua roba e liquidò i suoi due perplessi interlocutori con una scusa veloce, che rimase sospesa nell’aria pesante e tesa della stanza anche quando, con un fruscio, lei sparì chiudendosi la porta alle spalle.
Davvero strana, la ragazza…” mormorò la segretaria sottovoce, come se avesse paura di offendere l’alone profumato della presenza di lei che ancora vagheggiava nella stanza. Daniel non la sentì: stava ancora cercando di realizzare che lei se n’era andata in fretta e furia, in preda a chissà quale disgrazia, rendendo vano il suo eroico tentativo di raccogliere le sue forze e proporle finalmente di uscire. Quando si riprese e si girò verso la segretaria la fulminò con un’occhiata torva, come se fosse stata colpa di quella scapestrata intrusa se il suo tentativo era sfumato, come un respiro di brina nel grigio della metropoli. Poi si rese conto che la povera sventurata non c’entrava nulla e ritrasse lo sguardo, abbattuto. Dopo degli impacciati momenti di silenzio, pesanti come macigni, Daniel riacquistò l’uso della parola e si girò nuovamente verso la segretaria, che stava uscendo dalla stanza:
Lei ha idea di cosa possa esserle successo?” chiese timidamente.
Ah di preciso no, ma ho paura che sia accaduto qualcosa di spiacevole a sua nonna.” rispose lei in un tripudio di indifferenza, per poi dileguarsi nel flusso caotico degli uffici, tra telefonate e rumori di fax, in una sorta di microscopica riproduzione del caos cittadino che, qualche decina di piani sotto, brulicava.
Capisco.
Rimasto solo nella stanza, tra fogli sparsi sul pavimento e il fantasma della sua insoddisfazione a punzecchiarlo, Daniel si abbandonò ad una rassegnazione sconsolata, osservando la tazzina di caffè ormai raffreddato che, immobile, lo sbeffeggiava dal mogano scuro della scrivania.


Le succube verdâtre et le rose lutin
T'ont-ils versé la peur et l'amour de leurs urnes?
Le cauchemar, d'un poing despotique et mutin
T'a-t-il noyée au fond d'un fabuleux Minturnes?


Guggenheim ISospettiamo l’insorgenza di un tumore”. Queste parole violentavano ripetutamente la mente di lei, mentre scendeva correndo le rampe di scale, scansando colleghi e semplici passanti con un’eleganza che non veniva meno neanche nei momenti di disperazione. Sguardi circospetti le galoppavano intorno, ma i suoi occhi erano socchiusi in fessure sottili, non facevano sbirciare nessuno, non facevano scappare neanche il più piccolo, ansioso, trasalimento. Sua nonna era stata trasferita d’urgenza all’ospedale, le avevano detto. Non potevano, non avrebbero dovuto. Non a lei. Non potevano portarle via l’unico punto di riferimento che aveva, l’unico appiglio che le impediva di sprofondare, l’unica persona in grado di penetrare con dolcezza la sua barriera di gelida superiorità. Spalancò le porte del palazzo e si gettò nella via, confuse il cloc dei suoi tacchi a spillo nella folla che si agitava sul marciapiede, sotto a quel cielo perennemente grigiognolo che la osservava dall’alto. Non potevano, non potevano farlo. Mentre correva, le strade della metropoli la avvolgevano come serpenti, strisciavano diabolici, e poi clacson, lamenti, telefoni che squillano, fumo, porte che sbattono, allarmi che suonano, respiri che si perdono nello smog. Tutto cominciava a confondersi in uno sfuocato vortice di frenesia che le pulsava sulle tempie. Ma lei no, non voleva sentirlo. Lo scacciava e continuava a correre. E poi correre, correre, correre.

Intanto la flebile barriera tra pensieri, paure e ricordi crollava in una dimensione straniante e atemporale, e i contorni di auto e grattacieli sfumavano in ombre indefinite. Tutto ad un tratto si vide, vividamente. Stava sempre correndo, ma le sue erano gambe piccole e tozze. Le vide muoversi sull’onda di una esuberante vivacità di bambina. Era lei, a sei anni; correva nel salotto di sua nonna come se fosse lanciata su immense praterie verdi baciate dal sole. Correva sul tappeto, lo splendido tappeto colorato dove si sdraiava ogni volta, quello con tutti quei disegni strani che non era mai riuscita a capire. Correva tra i mobili scuri, i grandi mobili imponenti, con la loro aria di antiquata eleganza; lei li aveva sempre immaginati come un gruppo di persone anziane sedute nel salotto a parlare e a sorseggiare vino, discorrendo di tempi antichi e futuri. E poi tutti quei quadri, gli splendidi quadri che a sua nonna sembravano non bastare mai; era la cosa che a lei piaceva di più di tutta la casa. Con loro le sembrava di poter viaggiare, di poter volare su cieli di tutti tipi, e di poterli osservare tutti insieme, sdraiata sul tappeto magico; cieli nuvolosi, cieli in tempesta, cieli tersi e luccicanti, cieli ardenti che si fondevano col mare. A volte si sdraiava sul tappeto e perdeva lo sguardo in tutte quelle splendide volte celesti, cercando di immaginare com’erano le nuvole, e com’era il sole. Sì, le era sempre piaciuto il cielo, così grande che sembrava abbracciarla sempre, anche quando si sentiva sola. Ma quella volta non si era fermata ad osservare i quadri: stava correndo, disperata su quelle piccole gambe tozze e vivaci. E piangeva.
Nonna,  nonna, nonna!
Poi finalmente la vide, vicino alla finestra, piegata sulla macchina per cucire. Lei si girò e le sorrise dolcemente: la luce fresca del pomeriggio le baciava i capelli bianchi e schiariva quei suoi occhi così azzurri, facendola sembrare un angelo. Lei si gettò tra le sue braccia raggrinzite, stringendola forte e tuffando la testa nella stoffa confortevole del suo vestito:
Cosa c’è tesoro mio, cosa è successo? Ma no dai, smetti di piangere.. perché vedo quegli occhioni luccicare così?
Nonna nonna!” continuava a gridare lei, la voce rotta dal pianto: “nonna guarda, sono caduta!
Adesso indicava il piccolo ginocchio sbucciato, sotto le pieghe della gonnellina di velluto.
Povera cara, cos’hai fatto? Com’è successo? Ti fa tanto male?” le chiese con la sua voce calda, un leggero sorriso tradito da un’ombra di apprensione.
Correvo nonna, ero sul marciapiede qui sotto con Claire e Theò e stavamo giocando quando sono inciampata sullo scalino e sono caduta. Claire e Theò non mi hanno vista, erano spariti dietro l’angolo. Io però guardavo le nuvole, e mi sono distratta… sai, c’era una nuvola così grande! Sembrava una giraffa! Ti immagini nonna? Una giraffa, quella con il collo lungo lungo!
Tesoro mio” le rispose, con un lungo e calmo sospiro  “devi stare più attenta sai, guarda avanti a te quando corri, sempre dove metti i piedini. Dai, adesso qualche punto e la gonna è come nuova. Vuoi…
Ma nonna, c’era una giraffa bianca come un batuffolo nel cielo, era così bella!” insisteva. Adesso aveva smesso di piangere, e i singhiozzi erano diventati gridolini eccitati, le risatine che i bambini fanno quando vedono gli animali al circo, o quando si racconta loro una favola con un lieto fine.


Je voudrais qu'exhalant l'odeur de la santé
Ton sein de pensers forts fût toujours fréquenté,
Et que ton sang chrétien coulât à flots rythmiques,


La nonna le sorrise con dolcezza, la luce negli occhi azzurri come il mare: “lo so tesoro mio, lo so. Il cielo è molto bello, ma adesso non è tempo di guardare le nuvole. Devi guardare avanti, intorno a te. Devi pensare a quello che c’è qui, sulla Terra. Abbiamo tante cose da fare, dobbiamo correre, dobbiamo giocare, dobbiamo… fare tutte le piccole cose per le quali siamo qui.” Spostò lo sguardo sulla via affollata che si muoveva sotto la finestra come un placido fiume, e il suo sguardo si velò ad un tratto di una strana malinconia: “Ci sarà un tempo per guardare il cielo, cara la mia bambina. C’è un tempo per tutti: e quando quel tempo arriverà, potremo raggiungerlo, toccarlo e diventare parte di esso…
Potrò toccare anche le giraffe, nonna?” disse lei, con lo sguardo sognante ancora fisso verso le nuvole paffute. La nonna rise, e la baciò teneramente in fronte: “ma certo che potrai!
E, e..potrò volare insieme agli uccelli?” continuava, ormai persa nelle sue piccole ma grandi fantasie.
Certo certo tesoro, potrai fare anche quello…
E, e…il sole, il sole potrò toccarlo?” “Sicuramente! Il sole, la luna e tutte le stelle…tutte quante tesoro!

Colorblind.
Lei si sciolse dall’abbraccio e si arrampicò ridendo sulla sedia di fianco alla finestra. Scostò le tende e si affacciò, facendosi accarezzare i capelli dalla brezza. Dopo qualche minuto in cui era presa da chissà quali pensieri, si girò verso la nonna e disse:
Sai nonna, spero di poter arrivare presto a quel momento. Voglio sentire com’è stare lassù, e poi voglio tornare qui da te e raccontarti tutto, ogni cosa!
Gli occhi della nonna si fecero ad un tratto luccicanti come due grossi brillanti, come quelli che vendevano due isolati da lì, nel negozio con tutte le collane.
No cara mia, questo non potrai farlo però”
E perché nonna, perché?
Perché quando arriva il momento di andare in cielo, finisce il momento di stare sulla terra. Andiamo tutti lassù prima o poi, ma ci rimaniamo per sempre. Non torniamo mai più.
Lei si voltò verso la nonna, con la faccia un po’ incupita: “Davvero? Ah, è un peccato nonna… ma, allora come facciamo a sapere come si vive lassù?
Non possiamo saperlo tesoro, non lo sapremo mai. E’ per questo che ti dico che tutto avverrà a suo tempo. Ascolta la nonna, fammi una piccola promessa: promettimi che penserai a guardarti intorno, a ciò che ci circonda. A tutte le cose che dobbiamo fare qui, alla casa della nonna, al supermercato, al parco. Promettimi che ti impegnerai più che puoi per imparare a stare sulla terra. Sai cara, prima o poi la nonna partirà per andare lassù, e quando succederà tu dovrai saper badare a te stessa, dovrai poter correre senza inciampare in nessun gradino. E senza farti spingere da nessuno. Intesi?
Sì nonna, te lo prometto
Bravissima tesoro mio” le rispose la nonna, scompigliandole un po’ i capelli e sciogliendo quei pensieri curiosi che le correvano in testa: “adesso fammi vedere questa gonna, vediamo cosa possiamo fare…

Cloc, cloc, cloc. Da qualche parte, da un angolo remoto di quella pellicola sbiadita di vita, il rumore ritmico dei tacchi sull’asfalto tornò a riecheggiare. Echi, rumori, clacson, squilli di telefoni. Qualcuno aveva riacceso la luce: di nuovo il cielo grigiognolo, di nuovo i profili imponenti e minacciosi dei grattacieli, di nuovo la sua corsa disperata verso il passato, verso il futuro, verso qualcosa che non sapeva definire. Non sapeva neanche lei da cosa stava scappando. Sentiva solo quelle voci, continuamente, come tanti moniti d’avvertimento: “…sospettiamo l’insorgenza di un tumore…” “sua nonna…ecco…l’abbiamo ricoverata d’urgenza…” “…le condizioni sembrano…preoccupanti.” E lei fuggiva, fuggiva disperata come aveva fatto quella volta da bambina, per tuffare il viso nella stoffa calda e rassicurante di quel vestito. Continuava a correre, e le voci si facevano sempre più intense, frequenti; si accavallavano, stridevano, fino a diventare un rumore sordo e disturbante. E poi di nuovo quel volto, quel dannato volto del quadro che tornava a tormentarla con due occhi severi ancora una volta, come se volesse giudicarla. Ormai era diventata un’ossessione, non riusciva a toglierselo dalla testa, neanche in quei momenti. Se ne stava lì, acquattato nei più reconditi angoli di ogni suo pensiero, pronto a sgusciar fuori dall’ombra e a fissarsi nei suoi occhi come un marchio a fuoco.

Cloudy sky.Ad un certo punto uno stridere di gomme: si rese conto di trovarsi in mezzo di strada, a poco più di un metro dal paraurti di un’automobile che stava per investirla. Davanti a lei due fari accesi, e lo sguardo feroce di un tassista in ritardo per la sua pausa pranzo. “Che diamine signorina! Stia attenta!” lo sentì sbraitare da dentro l’abitacolo. Lei si voltò per un attimo a guardarlo sbigottita, come se si fosse appena svegliata. Poi sussultò, rendendosi conto di aver incrociato per l’ennesima volta quegli occhi pungenti, quei lineamenti severi e spigolosi dell’uomo del dipinto. Non poteva essere possibile; non di nuovo. Scosse la testa con violenza, e poi distolse lo sguardo e riprese a correre, cercando di cancellare le facce che la stavano fissando stranite. Via del municipio: l’ospedale non doveva essere lontano.
Nonna nonna nonna!
Il cielo cominciava lentamente ad incupirsi, e gli aliti di vento afoso e umido di smog si trasformavano in sferzate graffianti. Da qualche parte, in alto, lo svolazzare sconnesso e frenetico di piccioni, che si affrettavano a ripararsi negli stipiti dei palazzi e nelle rientranze dei tetti.
Sai nonna, spero di poter arrivare presto a quel momento. Voglio sentire com’è stare lassù, e poi voglio tornare qui da te e raccontarti tutto, ogni cosa!
Le prime, esitanti gocce di pioggia. Cadevano senza un ritmo preciso, quasi avessero paura di farsi male, accompagnate da un suono lieve e delicato. Ma su, in alto, lo scurirsi delle nubi non lasciava presagire niente di così delicato. Dalla folla intanto cominciavano ad aprirsi ombrelli variopinti, come tanti fiori di una prematura primavera frettolosi di sbocciare.
“Sì nonna, te lo prometto”
Una sfumatura di mascara cominciava a colarle dall’occhio sinistro: una svista imperdonabile per la sua immagine costantemente rigida e composta, intransigente. Ma si sa, con la pioggia succede; e poi stava correndo da un po’ ormai, e non si era fermata neanche un attimo per riprendere fiato. Peccato però, che quella non fosse né acqua piovana né sudore.
Non ti lascerò andare nonna, non adesso. Non ti lascerò andare lassù, insieme alle giraffe e ai batuffoli di cotone
Già, lacrime. Proprio lacrime, queste sconosciute. Le rigavano il volto impavide, amare, come tante piccole ferite su quel viso etereo e splendente. Si confondevano con le gocce di pioggia, si mescolavano all’acqua piovana e non smettevano di uscire. Si rese conto, mentre imboccava la salita dell’ospedale, che non piangeva da anni ormai; non si ricordava più neanche che sensazione si provasse a sentir scorrere le lacrime sul viso.


Comme les sons nombreux des syllabes antiques,
Où règnent tour à tour le père des chansons,
Phoebus, et le grand Pan, le seigneur des moissons.


Dark day.
Di fronte all’entrata si fermò, lasciandosi passare accanto due infermieri che parlavano allegramente del più e del meno, e un signore di mezza età che entrava nell’atrio a passo spedito, con una maschera di preoccupazione dipinta su un volto scavato dalle rughe. Si voltò indietro, verso il cielo che tuonava, sempre più nero. Poi si ricordò della promessa. Si asciugò le lacrime con la manica della giacca, si ravviò i capelli ed entrò a passo spedito.




snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 13:56
in: obsidian reverie

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sabato, 05 settembre 2009 - commenti (11)

Ahimè, povera musa mia, che cos'hai stamane?
I tuoi occhi vuoti sono popolati di visioni notturne,
e vedo sul colore del tuo volto riflettersi
alterni, freddi e taciturni, follia e orrore.

Il succube verdastro ed il folletto rosa hanno versato in te,
dalle loro urne, la paura e l'amore?
E d'un pugno dispotico e ribelle l'incubo ti ha forse annegata
al fondo di un favoloso Minturno?

Vorrei che esalando odore di salute il tuo petto
fosse frequentato sempre da pensieri vigorosi
e il tuo sangue cristiano scorresse a ritmici fiotti,

come i suoni numerosi delle sillabe antiche
ove regnano volta a volta Febo, padre di canzoni
e il grande Pan, signore delle messi.

 

 

(Charles Baudelaire, Les fleurs du mal)

 


snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 01:17
in: poesia, obsidian reverie

..::| Obsidian reverie, cap. III: le Sphinx incompris |::..
sabato, 01 agosto 2009 - commenti (6)


L’Arte. Questa strana, affascinante chimera.

Cos’è veramente, lo slancio artistico dell’uomo? E’ solo la virtuosa dimostrazione delle sue capacità di creazione e di imitazione? Sono solo tanti colori, forme, immagini, suoni che l’uomo utilizza per lusingare se stesso della sua abilità, e della sua capacità di suscitare negli altri apprezzamento estetico? Un mero abbellimento forse, un’aggiunta, una superflua decorazione alla vita. Insomma, una semplice applicazione delle attività umane e del loro progressivo svilupparsi. O magari, c’è dell’altro? Magari è una tensione vibrante dello spirito, che si manifesta e guida dita e pennelli a dipingere sulla vita che scorre il suo linguaggio bellissimo e segreto. Una porta aperta, una via che ci conduce verso nuove dimensioni della conoscenza. O addirittura un terribile strumento di dannazione, una tecnica proibita e maledetta con la quale l’uomo carpisce le frasi non dette, le azioni non fatte, i pensieri occulti, le pieghe nascoste dell’esistenza. La sottile malvagità di una sfolgorante bellezza: colori e armonie carezzano l’uomo e lo rapiscono, come hanno sempre fatto fin dalla notte dei tempi. Affascinato da colori sgargianti e armonie naturali, egli ha poi sempre cercato di imitarle; ha provato a riprodurle, a catturarle e conservarle gelosamente all’interno del suo inconscio. Per far vedere che anche lui, ambizioso com’era, poteva creare la stessa magia, se voleva: una sfida a viso aperto alla Bellezza.
Ma allora, fare Arte voleva solo dire seguire febbrilmente dei modelli? Era solo uno scopiazzare di qua e di là la Bellezza stessa, che disegnava il mondo con mani leggere e sicure?

Vissi d

Je suis belle, ô mortels! comme un rêve de pierre,
Et mon sein, où chacun s'est meurtri tour à tour,
Est fait pour inspirer au poète un amour
Eternel et muet ainsi que la matière.






Quei due occhi da bambino, giovani ma profondamente e inspiegabilmente svegli, cominciarono a sentire il peso di queste domande molto presto. C’era senz’altro qualcosa di più.

Tesoro, tra un paio di minuti partiamo che siamo già in ritardo! Preparati la cartella

Una docile brezza mattutina entrata dalla finestra gli carezzava i capelli perennemente spettinati, mentre guardava la sua cartella di scuola coi libri infilati alla rinfusa. Senza muoversi. Odiava quelle rifiniture giallo canarino: era un colore così insulso. D’altronde c’era da aspettarselo; l’aveva comprata sua madre quella cartella. Ed era così entusiasta, quando gliela mostrò la prima volta! Come se fosse lei a dover affrontare quello che sembrava il grande rito d’iniziazione di ogni bambino, noto come primo giorno di scuola. Lui, dal canto suo, l’avrebbe senz’altro scelta nera. Da qualche parte, aveva letto che il nero rappresentava l’assenza di ogni colore: come se, con il suo manto scuro, fuggisse irrequieto dalle manie estetiche della Natura. Un’insofferenza non calcolata, un errore di programma.
Mentre meditava su quanto potesse sembrare ridicolo con quello stupido e goffo borsone giallo sulle spalle, si appoggiò al davanzale della finestra. Fuori intanto, il sole brillante dei primi di settembre sembrava dimenticare di essere alle porte dell’autunno, e splendeva sulle fronde degli alberi ingialliti come in un giorno di primavera. Ad un certo punto, successe una cosa strana: dalla finestra socchiusa che dava sul giardino entrò una piccola e svolazzante farfalla. All’inizio non ci aveva fatto caso, preso com’era nel seguire con lo sguardo il movimento delle fronde e i riflessi abbaglianti del sole sulle foglie. Le sue piccole livree nere e arancio intanto turbinavano veloci, mentre il variopinto insetto si muoveva freneticamente da una parte all’altra della cucina.
Poi la vide.
ButterflyLe fronde degli alberi parvero tutto ad un tratto molto meno interessanti: il suo occhio attento si dedicò subito alle trame leggere che la Natura aveva dipinto su quel minuto, guizzante paio d’ali. E gli tornavano in mente tutte quelle domande senza risposta sull’Arte, sulla Bellezza. Sulla presunzione dell’uomo di poter imitare la magia della Natura: e il piccolo miracolo di colori e linee che stava osservando, non faceva che rendere tutti quei discorsi sempre più vaghi e lontani. In un certo senso lo stava sbeffeggiando. Intanto l’insetto (che a dirla tutta sembrava non curarsi di questo onere che gli era cucito addosso) si era posato un momento sul davanzale; dispiegava le alette, quasi in un tripudio di strafottente vanità. Fu un attimo: Lui prese dalla credenza un bicchiere, e con un gesto repentino lo intrappolò tra quelle rotondeggianti pareti di vetro. Chiusa, finalmente.
Non sapeva perché l’aveva fatto, a dir la verità: era stato una specie di riflesso condizionato. Forse era un gesto di sfida, o il frutto di un’esasperata indignazione esistenziale. O, forse, era solo ciò che gli andava in quel momento. Fatto sta che la farfalla si era accorta presto della situazione spiacevole: cominciò a sbattere le alette ancora più freneticamente, colpendo il vetro più e più volte. Sempre di più, sempre di più: era disperata. La sua grazia si era trasfigurata adesso in follia turbinante, nel delirio esasperato dell’Arte microscopica. Un infuso di Bellezza che si divincola tra gli spasmi di una vita infima, e raggiunge il suo parossismo tra le gabbie di vetro di un bicchiere da cucina. Sporco, per giunta.
Lui intanto sembrava ammaliato da quella danza esasperata: la seguiva cercando di cogliere con gli occhietti accesi ogni più piccola sfumatura di emozione, rapito dai movimenti fulminei dell’insetto. Si rese conto che non aveva mai visto, fino a quel momento, niente di più vivo. Vivo, nel vero senso della parola.
Dannatamente vivo. Ed era meraviglioso. Mentre i deliri della farfalla si stavano lentamente spegnendo in spasmi fruscianti ad intermittenza contro il vetro del bicchiere, sentì il bisogno immediato di un foglio di carta. Voleva incanalare un po’ di quella traboccante energia vitale e riprodurla, imitarla. In fondo, era quello che facevano gli uomini da sempre: erano dei miseri copiatori. Delle divinità fac-simile, presuntuose e arroganti, impegnate in un confronto che erano destinate a perdere. Dopo aver disfatto la triste cartella gialla che la sera prima aveva riempito con tanta cura, prese il primo quaderno che gli era finito tra le mani, lo aprì alla prima pagina e cominciò a disegnare. Con un lapis dalla punta mangiucchiata, tratteggiò al volo i contorni delle ali: le sue dita volavano letteralmente sul foglio, con una maestria innata e quasi soprannaturale. Bordi, striature: le prime forme cominciavano già a prendere vita, sulla quadrettatura grossa dei quaderni di prima elementare.

Le Sphinx incompris
Je trône dans l'azur
comme un sphinx incompris;
J'unis un coeur de neige à la blancheur des cygnes;
Je hais le mouvement qui déplace les lignes,
Et jamais je ne pleure et jamais je ne ris.

Forza andiamo tesoro, è ora!

Si girò di scatto verso l’entrata della cucina. Nel salone dell’ingresso, oltre la volta che dava nel salotto, c’era la luce accesa. Sua madre lo aspettava, in piedi di fronte alla porta. Gli pareva quasi di vederla, mentre si riavviava confusamente i capelli e cercava le chiavi della macchina sul tavolino. Sbuffò: quella voce stridula l’aveva distratto, rompendo quello strano e insolito equilibrio di forze.
Fu troppo tardi quando, ignorando i richiami che si stavano facendo sempre più insistenti, si voltò di nuovo per tornare alla sua piccola opera d’arte. Il povero insettino era ormai del tutto immobile, accasciato su un fianco del bicchiere come uno straccio gettato nel sudicio. Nessun movimento: l’attimo estatico era finito. La sinfonia silenziosa e lieve di alette sgargianti aveva raggiunto il suo termine. Rimase talmente sbigottito che il lapis mangiucchiato gli cadde dalla mano; pareva una cosa insignificante, eppure per lui fu come vedere il mistero della vita e della morte condensato in pochi attimi, e in infiniti faticosi movimenti.
Penso all’interminabile ripetersi del ciclo della vita; si nasce, si vive, si muore. E’ una legge universale, alla quale niente e nessuno può sfuggire. Come la piccola farfalla, soffocata dalle smanie di curiosità di un bambino, così faceva ogni essere vivente, dai più piccoli ai più grandi. Persino le popolazioni, le specie animali, le razze: davanti alla morte ogni altra dimensione svanisce, e non esiste più piccolo o grande, unico o numeroso, evoluto o primitivo. Quando la parentesi di vita che ci viene concessa si chiude ogni grande emozione appassisce e scompare, insieme a tutte le trascinanti passioni e gli ideali esaltati e sanguinanti, nel nulla più totale.

Forse, pensò, era questo il grande segreto della Natura. Ogni creazione naturale, dalle maestose aurore boreali e alle microscopiche striature delle farfalle, risplendeva fulgida di vita in confronto alle sterili composizioni umane: in ogni loro atomo, in ogni loro cellula c’è sempre stata la consapevolezza di vivere il loro unico attimo di gloria, il loro momentaneo ma splendente bagliore prima di spegnersi nel vuoto. E quindi quel piccolo momento va reso assoluto, immenso e perfetto; è l’unica e sola occasione che c’è per provare a far scintillare il loro gioiello prima che l’ombra minacciosa inghiotta anche la più tenue luce  di vitalità, nel suo abbraccio eterno. Era tutto così naturale, eppure sconcertante a pensarci.
Forse le altre persone non ci facevano caso, magari ci erano abituate. Per lui non fu esattamente così.
Mentre rifletteva, gli vennero in mente quei signori, che aveva visto una volta nei libri di suo padre, convinti di come  l’Assoluto non vada cercato in cielo, ma qui sulla terra: che la vera perfezione sta nelle cose finite e concrete del mondo terreno. Oppure quell’altro signore baffuto, che vedeva sempre nei libri di suo padre e che incitava l’uomo ad andare oltre, a vivere la vita in modo da rendere ogni attimo perfetto ed eterno. A  slegarsi dalle costrizioni morali che lui stesso aveva creato  e affermare la sua volontà. Per quanto si sforzasse, non era mai riuscito a capire cosa volessero dire fino in fondo, sia gli uni che l’altro. Adesso finalmente l’aveva compreso.
Poi il ticchettare delle lancette lo riscosse da quei suoi pensieri lancinanti. Si rese conto che stava veramente facendo tardi, e che sua madre si sarebbe cominciata a preoccupare di quell’improvviso mutismo del figlio. Aveva perso la cognizione del tempo; gli succedeva sempre, quando rifletteva. Mentre i rumori del traffico si intensificavano, nella via sotto la finestra della cucina, si convinse che non c’era tempo per lasciarsi prendere da quegli strani interrogativi: il mondo stava cominciando il suo lento risveglio, tra cinguettii di uccelli e clacson di auto fumanti. E anche lui doveva pur fare la parte del normale bambino di sei anni, eccitato per il primo giorno di scuola. Chiuse il quaderno con lo schizzo, e lo cacciò insieme a quei pensieri scomodi nell’orrenda cartella gialla. La sua parentesi, il suo attimo di gloria prima del nulla, era iniziato. E il tempo non aspetta.


Già, il tempo non aspetta: erano passati più di cinquant’anni ormai, da quel suo primo contatto con la fatiscenza della vita. Dal quel suo piccolo trauma esistenziale, all’apparenza così insignificante, e invece terribilmente significativo. Forse proprio quella innocente farfalla, immolata sull’altare della vaghezza, era stata la scintilla che aveva fatto cominciare tutto. Sì, pensò: la scintilla. Quella stessa scintilla che risplendeva nei suoi occhi cerchiati e stanchi ancora oggi, che rimaneva brillante anche dietro quelle membra logore e affaticate.
Sulle labbra gli si aprì un sorriso sincero: posò di nuovo gli occhi su quel piccolo foglio di quaderno, intramezzato dai quadretti grossolani della prima elementare, sul quale aveva posato la penna per la prima volta. Lo osservò con il suo piglio vago e sognante. Proprio così, ce l’aveva ancora, e lo stava reggendo tra le mani tremanti e sudate. Bello come allora. Era riuscito a conservarlo per tutti quegli anni quasi senza un graffio: lo teneva nel primo cassetto della scrivania, curandolo con un fervore quasi religioso e riprendendolo, di tanto in tanto, per osservarne qualche dettaglio o per controllare che non fosse rovinato. A onor del vero, la piccola reliquia era ben lungi dall’essere immacolata; i contorni erano sgualciti, un po’ consumati. E la carta era fragile e ingiallita, talmente stinta che i quadretti si distinguevano a fatica. Ma non era certo quello che contava.

Les poètes, devant mes grandes attitudes,
Que j'ai l'air d'emprunter aux plus fiers monuments,
Consumeront leurs jours en d'austères études;

Le linee sinuose delle alette, i contorni morbidi, gli accenni sbiaditi delle antenne e delle zampe; ogni singolo tratteggio era ancora lì, leggero come un respiro condensato su un vetro e allo stesso tempo solido e immutabile. Incancellabile. E ancora talmente vivo e intenso che il piccolo esserino avrebbe quasi potuto spiccare il volo di nuovo, da quella prigione bidimensionale. Una splendida fotografia alla vita insomma.
A quei tempi forse era troppo piccolo per realizzarlo; o forse il corso degli eventi lo aveva portato brutalmente lontano da quei timidi pensieri. Ma giorno dopo giorno, osservando quei tratti leggeri  e indelebili, una strana consapevolezza cominciò a costruirsi in lui, cementificandosi nelle sue sinapsi in modo radicato e completo; aveva finalmente in mano la risposta. Era vero, la perfezione estatica dell’attimo era una prerogativa della Natura: il condensare il segreto della vita in pochi ma significativi momenti, catturando il sublime in fuggevoli, passeggere sfumature dell’esistenza. Però l’uomo aveva un potere altrettanto miracoloso: egli poteva fermare quell’istante, campionarlo, fotografarlo. Imprimerne l’essenza vitale in una prigione di immobili bidimensionalità. Aveva la facoltà di cogliere il sublime, il carpe diem che la Natura giornalmente poneva di fronte ai suoi occhi occlusi dalla mondanità e dalle manie di grandezza;  e attraverso l’Arte rendere quegli stessi attimi eterni e immutabili. Se la perfezione stava nell’attimo, quindi, l’uomo poteva eternizzarla. Ogni volta che guardava quella farfalla rinchiusa nella sua vetrina bicolore, si sentiva onnipotente e irrefrenabile. Sentiva sulla pelle la spietata rivincita dell’Uomo verso la Natura: non più un futile copiatore, ma il complemento della perfezione. E quel mistero vitale che tanto l’aveva attanagliato nel corso della storia, egli l’aveva raggiunto e anche superato. Probabilmente senza neanche accorgersene.
Un brivido freddo gli percorse la schiena, improvvisamente: la piccola finestrella dello studio era spalancata alla brezza della notte, e i suoi cigolii sembravano i gemiti di un animale ferito. “E’ veramente odioso quanto inezie come queste inquinano pensieri così nobili”, pensò indignato mentre sigillava nuovamente la reliquia nel suo tabernacolo (il cassetto della scrivania) e si avviava verso gli stipiti malmessi della finestra. Fuori, la luna era coperta da strascichi di nuvole, che ne filtravano il bianco pallore. Non c’erano stelle a far capolino nell’aria soffusa. Tornò a pensare agli euforici deliri di onnipotenza che da giovane si impossessarono di lui; quella sensazione durò ben poco, ricordò con amarezza. D’altronde era solo un bambino cresciuto troppo presto, che andava portandosi  dietro quell’aura di superiorità per tutte le scuole elementari, sconcertando compagni e maestre. Il piccolo, silenzioso e taciturno genio.
Un alieno, un angelo venuto dal cielo e mescolatosi tra i mortali.

No, niente di tutto questo: era solo giovane esteta venuto al mondo troppo presto, che mentre cresceva si rendeva sempre più conto di quanto fosse pesante il fardello di quella sua immortale consapevolezza. I suoi compagni, così frivoli e stupidi, lo disgustavano. Anche le maestre lo disgustavano, con quella loro patetica accondiscendenza; sembrava quasi che avessero paura di lui, a volte, e lo guardavano con quegli occhi impauriti e quei sorrisi traballanti. Lui voleva soltanto stare solo, ergersi al di sopra di quella marmaglia di deviati, e cercare risposte alle sue domande. Ogni sera, passava ore nella sua cameretta a dare sfogo alle sue piccole mani vibranti di disegnare, di dipingere, di slanciarsi verso quei mondi eterei e meravigliosi. Mondi  segreti, dove tutto era fermo ed eterno. Ma c’era qualcosa che non andava: nessuno di quei disegni, per quanto perfetto e splendente di colori e di sfumature, aveva la stessa palpitante emozione vitale della farfalla abbozzata sul quaderno.  Parlavano altri linguaggi sconosciuti, e la loro immobilità sembrava il rigetto altezzoso di un nobile verso i suoi sottoposti. Niente a che vedere con il linguaggio eterno, pieno di luce abbagliante, di quelle alette arancio. Eppure, pensò, aveva sempre ricercato l’emozione pura, la passione vitale che di dischiudeva nei petali bagnati dalla rugiada, l’armonia delle fronde agitate dal vento, i giochi di luce del sole che gioca con le nuvole in un cielo terso. Tutte quei piccoli gioielli che scatenavano l’impulso vitale, le sfumature sfolgoranti del pennello della Natura.

Ma non era abbastanza.
Ci voleva qualcosa di ancora più travolgente, qualcosa  che lo prendesse e trascinasse i suoi sensi in un vorticoso crescendo; qualcosa che suscitasse in lui quelle emozioni deliranti che il fruscio disperato della farfalla aveva una volta generato nel suo animo limpido. Qualcosa di ardente, di impetuoso, di irresistibile. Una visione che violentasse la sua lucida consapevolezza, la sua attitudine di meticoloso osservatore. Era inutile cercare tutti quei piccoli gioielli, tutte quelle fuggevoli impressioni, se poi non si faceva coinvolgere da essi; era tornato ad essere un vile copiatore, un imitatore della Natura che non aveva fatto altro che cambiare i propri soggetti e spingersi verso altre rappresentazioni.
Ah, povero illuso. Come pensava di poter eternizzare lo slancio passionale della vita senza abbandonarsi in quel flusso turbinante? Come pensava di replicare la vita senza prenderne parte, rimanendo il freddo e loquace osservatore che era stato fino a quel momento? Avrebbe dovuto inserirsi nella realtà quotidiana, prenderne parte ed estrapolare da essa le emozioni vitali, i sussulti, i sospiri tremolanti dell’essere che riusciva a catturare. Ma era così difficile, integrarsi in quella accozzaglia di stupidi. Non poteva abbassarsi a quei livelli, ne andava della sua dignità.
Il tempo intanto passava, inesorabile. Era ormai arrivato alle porte dell’Istituto d’arte, ancora preso da questa frustrazione esistenziale, quando quell’impulso vorticoso e irrefrenabile finalmente arrivò. E lo travolse, senza neanche aspettare che se ne rendesse conto, senza neanche chiedergli per piacere, senza dargli neanche il tempo di respirare. Arrivò e basta, e lo trascinò violentemente fuori da quel suo mondo etereo ed astratto: giù, tra i comuni mortali. Giù, tra le emozioni autentiche e sporche del sudore di una afosa mattinata di settembre. E lo fece con dei bellissimi occhi scuri, profondi come la notte.

Ophelia

Car j'ai,
pour fasciner ces dociles amants,
De purs miroirs qui font toutes choses plus belles:
Mes yeux, mes larges yeux aux clartés éternelles!




snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 14:27
in: obsidian reverie

..::| Interlude n. 7: La beauté |:::...
venerdì, 10 luglio 2009 - commenti (2)

La beauté.Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra e il mio seno,
cui volta a volta ciascuno s'è scontrato,
è fatto per ispirare al poeta un amore eterno e muto come la materia.

Troneggio nell'azzurro quale Sfinge incompresa,
unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni,
odio il movimento che scompone le linee e mai piango, mai rido
.

I poeti, di fronte alle mie grandi pose,
che ho l'aria di imitare dai più fieri monumenti,
consumeranno i giorni in studi severi, perché,

onde affascinare quei docili amanti,
ho degli specchi puri che fanno più bella ogni cosa:
I miei occhi, questi larghi occhi dalle luci eterne.


(C. Baudelaire)


Sì, lo ammetto. Il blog è stato abbandonato ormai. Un osso di seppia montaliano nell'oceano telematico. Beh, ormai devo dire che ha assunto una conformazione particolare: contiene un po' delle roboanti radici della mia adolescenza (e i miei ridicoli post che, se guardate nell'archivio, sono ancora lì bel belli) e si è lentamente trasformato nel mio "libro" autopubblicato. Purtroppo ho perso quasi tutti i contatti che avevo visto che lo Stato italiano ha preteso il mio sforzo per potermi definire maturo. Ho dovuto quindi assistere all'ennesima farsa alla fine della quale riceverò un foglio di carta conosciuto come diploma. Adesso spero di riprendere (lavoro permettendo) a pubblicare a cadenza più regolare, anche se praticamente non c'è più nessuno a leggere questa paginetta... A breve comunque pubblicherò il terzo capitolo di Obsidian reverie, vediamo cosa ne viene fuori di questa sottospecie di storia. XD

Passo e chiudo. Au revoir.

snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 18:24
in: obsidian reverie

..::| Obsidian reverie, cap. II: A une passante. |::..
domenica, 31 maggio 2009 - commenti (2)

Due euro e sessanta, grazie.”
Un frettoloso tintinnio di monete, uno scambio di sguardi aridi. Poi un arrivederci distratto e subito mescolato confusamente alla marea di parole, in quella grigia mattinata cittadina. Questione di pochi momenti, e poi via. Via, tuffandosi nell’incessante scalpitio di decine di passi. Scarpe, sneakers, stivali, tacchi; la tragicomica sinfonia della metropoli, la vita che fluisce e palpita forsennata nelle arterie del mondo. E poi schiamazzi, discorsi, fiumi di parole senza argine alcuno, rumori sconnessi e suoni graffianti: l’ouverture.

La rue assourdissante
autour de moi hurlait...

Une inconnue.Lei si fermò, una volta arrivata all’incrocio. La via del mercato era terminata, e la volta opprimente e variopinta di tende sudice si era appena aperta davanti ad un cielo spento e monocolore, sipario indegno di uno sfondo che può esser solo quello di un grigio centro cittadino. Annebbiato da smog e aria pesante e umida. Era piovuto tutta la notte; impossibile scordarlo, dopo quell’ossessivo tamburellare al vetro della sua finestra che le aveva dato il buongiorno. Vide i rimasugli sfibrati e sfocati delle nuvole ancora disseminati nel cielo, come macchie su una tovaglia sporca; presto però, il tamburellare della pioggia di quella notte tornò a coincidere col battito ritmico dei suoi tacchi, sull’asfalto levigato del marciapiede. Continuava a camminare. E, mentre lo faceva, guardava sempre avanti verso un punto indefinito, senza concedere neanche un assaggio del suo sguardo imperturbabile alle persone che le passavano accanto. Scivolò per un po’ tra di esse, con la sua insolita e quasi innaturale disinvoltura, finché non arrivò all’incrocio, due isolati prima di casa sua; poi, un attimo di smarrimento. Succedeva sempre ormai, anche se quella strada la conosceva come le sue tasche. E si ritrovava, ogni volta, a pensare che magari quella confusione era solo un surrogato della solita notte passata insonne. Già, insonne a disegnare trame inesistenti sul soffitto liscio della sua camera da letto.
Ah, quelle stupide pasticche per il sonno; solo soldi buttati al vento.

Longue, mince, en grand deuil, 
douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;
Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Il suo profilo immobile, in mezzo a quel frenetico susseguirsi di immagini, suoni, colori e vite la rendeva tale e quale ad una statua greca; lineamenti di freddo, bellissimo marmo che spiccavano su fumo e sudore. Come se il tempo si fosse fermato per un attimo e avesse trattenuto il respiro per dipingere quello splendore fuggevole di realtà. Un carpe diem metafisico.
Lei, invece, decise di sfruttare quel momento di pausa esistenziale per concentrarsi sulla piccola pianta che aveva tra le mani e che aveva appena acquistato alla bancarella. I petali bianchi e allungati di due piccole orchidee spuntarono dal nylon, come per salutarla. Le fecero quasi scappare un sorriso, che però rimase sospeso sulle sue labbra sottili non appena si rese conto di quel minimo di cedimento, che aveva leso la sua solita espressione di gelata indifferenza. Orchidee: se la memoria non la ingannava, erano simbolo di Amore bello e raffinato. La vita ti sbeffeggia con coincidenze paurose, a volte.

Through the streets.
Rimise la piantina nella borsa e alzò gli occhi. Davanti a sé, la frenesia della città era sempre tale e quale nel suo sfavillante quadretto di grattacieli e insegne, stagliate sul grigiore del cielo. Non era cambiata di una virgola, come se qualcuno l’avesse immortalata per lei in quella manciata di secondi in cui aveva abbassato lo sguardo. Altro carpe diem metafisico; utilizzare un attimo, per tuffarsi nell’eternità. In quell’immobilità senza tempo che si nasconde dietro al ripetersi frenetico della vita terrena.
Si guardò intorno, poi sospirò e si riavviò i capelli con un gesto rapido della mano. Erano veramente bellissimi, quei capelli: neri, morbidi e lisci come seta, le ricadevano un po’ sotto le spalle posandosi con grazia, e anche sotto quel cielo livido conservavano i loro riflessi bluastri quasi innaturali.  Riprese a camminare, con i passi decisi di sempre. E mentre quella sua chioma morbida ondeggiava in modo quasi ipnotico, aveva già abbandonato i chiassosi quartieri del centro ed era arrivata, in una decina di minuti, all’entrata del suo condominio.

Ancient wall.Un portone con vetrate opache e sporche troneggiava adesso sulla sua figura elegante, mentre frugava nella borsa alla ricerca delle chiavi di casa. Poco più in là, sulla strada, i rumori delle macchine che passavano scandivano l’epilogo di quella sinfonia metropolitana, per poi rituffarsi nella confusione e nel clamore lontano delle vie, divenendo un brusìo indefinito. L’adagio.
Il portone si aprì con il suo cigolio pesante e quasi sinistro. Entrò nell’andito del condominio e lo attraversò senza voltarsi,  lasciando che il portone si chiudesse dietro di lei e spegnesse una volta per tutte i nauseanti schiamazzi della città. Per lei la sinfonia era finita, almeno per un po’. Si potrebbe dire che ci aveva quasi fatto l’abitudine; quella frenesia palpitante ce l’aveva nelle orecchie ormai, la permeava anche quando era nell’idilliaca e tranquilla parentesi del suo soggiorno, con una sonata di pianoforte a basso volume e le luci soffuse, come piacevano a lei. Se la sentiva addosso come una patina di sporco, ed era quel tipo di sporco che non va via neanche dopo una lunga doccia o un trattamento estetico.
Si avviò a passo spedito verso le scale. Non accese neanche la luce; nel buio si sentiva più a suo agio. Un’ombra che scivolava in quel silenzio torbido, una macchia scura in quella tavolozza di grigi e di neri. Sembrava quasi che volasse, che galleggiasse in quell’aria leggera e quieta, mentre saliva le rampe di scale ad una ad una. Impalpabile, inconsistente: era così che voleva essere. Ma, ancora adesso come allora, quella bellezza prorompente si trasfigurava in una spietata condanna; le sue personali stigmate vestivano una giacca nera e indossavano tacchi alti.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.


Black silhouette.Entrò nel suo appartamento quasi senza far rumore, tradita solo dal fruscio della giacca e delle buste di nylon. Come al solito, non accese la luce: i flebili spiragli del sole di mezzogiorno si stavano faticosamente strada tra le persiane serrate e le tende spesse della camera da letto, ed erano più che sufficienti. E poi, quella strana penombra che si divincolava tra luce e buio, e che dipingeva i contorni degli oggetti come un acquerello, donava alle stanze della casa un’atmosfera soffusa e rilassante. Proprio quello che ci voleva.
Si tolse la giacca, e la abbandonò insieme alle buste sulla piccola poltroncina dell’ingresso. Poi dimenticò per un attimo la sfilza di faccende e di impegni che la aspettavano, evitò di guardare i post-it confusamente attaccati allo sportello del frigorifero, che sembravano chiamarla a gran voce, e si sdraiò sul divano del soggiorno.
Doveva prepararsi il pranzo, ma le gambe non volevano saperne di muoversi. Voleva immergersi appieno nell’immobile tranquillità di quel momento. Sopra di lei, le lancette dell’orologio continuavano intanto il loro ticchettio ripetitivo, mentre il minuscolo led rosso del telefono lampeggiava con insistenza sul comodino. Si ritrovò a compatire se stessa per essersi cullata nell’illusione che il tempo si fosse fermato ad aspettarla, avesse per un attimo trattenuto il respiro. E invece, il freddo bip della sveglia distrusse quel suo estatico castello di carte: l’una.

Anche così, senza nulla concedere all’immagine imperturbabile e distaccata della donna indipendente, l’eleganza intrinseca di ogni sua movenza e di ogni suo lineamento la rendeva tale a quale ad una musa. La figura perfetta ed eterea, sfocata solo da quella leggera patina di buio, di una dea. E il suo splendore era tale da farla quasi sembrare fuori luogo, fuori epoca. Estranea. Un’opera d’arte senza tempo, una gemma classica e un po’ bohemienne, incastonata in un dipinto di austera pittura moderna.
Allungò una mano a premere il pulsante di avvio della segreteria telefonica, e lasciò che quel susseguirsi sconnesso di parole le carezzasse per un po’ le orecchie, dando un’impressione più dignitosa a quel suo vagheggiare con lo sguardo tra le ombre del suo appartamento. Resoconti, appuntamenti, chiamate, scadenze, pagamenti. Ben presto gli sproloqui dell’apparecchio cominciarono ad aggredirla, e con un sospiro allungò nuovamente la mano per spegnerlo. No, non era stata affatto una buona idea.
Le lancette dell’orologio intanto echeggiavano col loro rumore tentennante nel silenzio vuoto della stanza, a ricordarle che mentre lei cercava disperatamente di fermarsi, il tempo proseguiva la sua corsa inesorabile e cieca. E non la aspettava. D’altronde, non l’aveva mai fatto: con lei era stato particolarmente opprimente, fin da bambina. L’aveva scaraventata nel mondo senza tante smancerie, senza chiedere permesso o per piacere.

Shadow upon the window.
Un éclair... puis la nuit! -Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Aveva perso entrambe i genitori quand’era molto piccola: o perlomeno, questo era quello che le era stato detto. Già, perché per quanto si sforzasse, per quanto scandagliasse come un radar ogni suo più piccolo ricordo dell’infanzia, ogni frammento, ogni immagine vaga e sconnessa che le sue connessioni neuronali producessero, non riusciva a ricordare. Non riusciva a metter a fuoco in nessun modo l’immagine dei suoi genitori. Non un viso, non una figura, anche sfocata o confusa. Un vuoto assoluto e a dir poco lancinante: la faceva sentire orfana, aliena. Come se si fosse ritrovata al mondo senza un motivo preciso, magari per un qualche errore di calcolo.
Sua nonna le aveva raccontato dell’incidente. Le aveva detto che era stato un tragico incidente d’auto, e che per mamma e papà non c’era stato nulla da fare. Lo diceva con un tale trasporto ed una tale commozione che nessuno avrebbe potuto mai dubitare di niente; eppure, in quegli occhi vitrei e cerchiati dalle rughe c’era qualcosa che non tornava.
C’era sempre stato qualcosa che non tornava, o perlomeno questa era la sua sensazione.
Voleva molto bene a sua nonna. Era una donna affettuosa e piena di amorosa dedizione, con quei capelli bianchi come la neve raccolti in una crocchia, e quel viso stanco ma sempre sorridente: aveva fatto il possibile per cercare di sopperire alle abissali mancanze che avevano lacerato la sua crescita, perlomeno fin quando i problemi fisici non l’avevano costretta ad una vita praticamente vegetale, tra il banco di lavoro dove faceva i ricami e la poltrona stinta dove ogni tanto si metteva a leggere. Però, com’era inevitabile, non era stato abbastanza: Lei era stata travolta dal frenetico e caotico pulsare della vita prima ancora che potesse rendersene conto, era caduta dal nido ovattato dell’infanzia direttamente nel turbinante “mondo degli adulti”. Anzi, per esser precisi, per lei non c’era stato nessun nido. Non riusciva a ricordare nessun salottino accogliente, nessun giocattolo colorato, nessun peluche. Era come se la sua memoria, arrivata ad un certo punto, si bloccasse e smettesse di funzionare; ricordava solo il sorriso caldo e accogliente di sua nonna, Faces come out of the rainsempre velato da quella strana malinconia che non riusciva a decifrare.
Ad ogni modo, si era abituata a provvedere a se stessa praticamente da subito, e quei passi incerti e titubanti nel mezzo alla folla dei quartieri del centro erano diventati fin troppo rapidamente i passi veloci,disinvolti ed eterei con i quali adesso si muoveva. Mentre i suoi coetanei passavano pomeriggi a giocare al parco, a fare sport e a svagarsi costruendo le mille fantasie che ogni adolescente coltiva con orgoglio e fervore, lei aveva ben altre cose per la testa: non aveva tempo per fermarsi e guardare il cielo trasognata, per alzare gli occhi e contare le nuvole o indovinarne la forma; non aveva tempo per i giochi, le fantasie, per le mille piroette della mente.

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard! 
jamais
peut-être!

Astrazioni, desideri, sogni; erano tutte perdite di tempo. Il mondo intanto correva veloce, andava avanti senza fermarsi, e bisognava rincorrerlo, acciuffarlo, correre più veloce di lui. O perlomeno rimanere in carreggiata senza essere travolti. Non c’era tempo per pensare, per sognare:
il tempo non aspettava. Allora come adesso.
Non aveva mai smesso di guardare con invidia a chi poteva concedersi il lusso di navigare con la mente, a chi trovava il tempo di protendersi verso luoghi mai visti e mai raggiunti dal pragmatico susseguirsi della vita terrena. Filosofi, scrittori, artisti. Per quanto si sforzasse, i suoi pensieri erano così ancorati a terra, agli infimi impegni che si accumulavano ogni giorno su di lei, che non riusciva neanche a spiccare il volo. E pensare che c’erano alcuni artisti così abituati a viaggiare con la mente che non riuscivano più a separarsi da quella loro dimensione fantastica; arrivavano o ad annullarsi nell’Arte stessa, o a trascinarla violentemente sulla vita terrena e a vivere per essa.
Ah, l’Arte; quella strana chimera, che da lei pareva tanto lontana.
Quando finalmente si alzò dal divano, si rese conto che quell’attimo di stasi che le era parso così breve in realtà era durato mezz’ora. Aveva solo un’altra mezz’ora prima del prossimo appuntamento con la metropoli fumante, e ancora non si era svestita e non aveva pranzato. Scivolò in camera da letto e si tolse le collane di perle e gli orecchini; prima di tornare in cucina e vedersela con i fornelli però, esitò per un attimo sull’entrata e gettò una breve occhiata al dipinto appeso sopra al suo letto.
A proposito di Arte.

Sweet delight.
Tutte le volte non poteva  fare a meno di dargli uno sguardo, come se dei fili invisibili la trattenessero e la tirassero verso quei colori brillanti. C’era qualcosa di affascinante e allo stesso tempo inquietante in quel quadro: pensare che sua nonna aveva tanto insistito perché lo tenesse lei, appena si era presa in affitto quell’appartamento. Era un dipinto semplice, ma sorprendente nella sua semplicità: ritraeva il volto stanco e provato di un uomo, con la fronte un po’ corrugata ed un’espressione indecifrabile sulle labbra; un uomo poco oltre la mezza età, forse sulla sessantina. Era di un realismo impressionante, quasi inquietante: se non avesse più volte passato il dito sulla pittura ruvida, avrebbe giurato di avere tra le mani una fotografia un po’ malmessa. Ma la cosa che in assoluto la colpiva di più, alla quale non era ancora riuscita ad abituarsi, era la profondità di quegli occhi. Di quelle iridi cerulee e un po’ verdognole, che sembravano voler cantare un tripudio di mille emozioni vorticanti, la passione, l’amore, il desiderio; sembravano tenere ingabbiata una vita, un cuore che palpita.

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

 
Ma ora non è certo il tempo per contemplare un quadro, si ritrovò improvvisamente a pensare mentre si riprendeva da quell’attimo di sbigottimento. Il tempo non aspetta: l’una e quaranta. E proprio mentre malediceva l’insulso ticchettare delle lancette, sentì la vibrazione smorzata del cellulare fare capolino dal mobiletto dell’ingresso. Si avviò sospirando nell’altra stanza, e lasciò che lo sguardo dell’uomo del dipinto si fissasse sul legno scuro della porta, che si chiuse piano dietro di lei.

snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 23:56
in: vita, sogni, dolore, fatti, rabbia, abisso, realtà, fragilità

 

"Ain't it fun when you know that you gonna die young? Such fun."

L'incantatore di serpenti.
Viaggiatore in cerca dei propri sogni, che coltiva illusioni e speranze con determinazione e dedizione. Quasi mai coi piedi per terra, la sua principale caratteristica è l'evasione dalla realtà che lo circonda e la ricerca di emozioni sempre e costantemente più forti di lui. Gli piace scrivere, ascoltare musica fino allo sfinimento, guardare il cielo di notte. Adora vivere tra le nuvole e sognare. Sempre, ininterrottamente. Cose impossibili e irrealizzabili, anche, se a volte, gli sembra quasi di scorgerle nel mutare delle fuggevoli emozioni terrene.
Triste. Frustrato.
Odia profondamente se stesso ed ogni sua caratteristica fisica e caratteriale. E' coerente e leale alle sue idee, ma allo stesso tempo contradditorio e incomprensibile. Odia ogni tipo di estremismo e chiusura mentale, il vittimismo e l'autocommiserazione, la falsità e l'ipocrisia. Nutre profondo disprezzo per la Chiesa e la religione, con tutte le sue rigide idee conservatrici e il suo finto perbenismo che in realtà è il più deplorevole esempio di corruzione e contradditorietà. Non sopporta il razzismo, chi si crede superiore agli altri e qualsiasi tipo di pregiudizio e presunzione, la violenza gratuita e l'imposizione di regole, leggi o ideologie. Si oppone alle generalizzazioni e alle etichette che dominano il senso comune.

Un povero illuso in un mare d'indifferenza e superficialità.
Una confusionaria miscela di razionalità e impulsiva irragionevolezza.
Un sognatore desideroso di volare ma pesantemente incatenato a terra.
Il riflesso distorto del tuo viso che si specchia nella triste realtà di tutti i giorni.
Qualcuno che non vorresti mai conoscere fino in fondo, con delle sfaccettature difficili e impossibili da capire.
La prossima persona che odierai.


Cosa ascolta: L'effluvio poetico delle cose. Il silenzio di mille parole sospese nel nulla. Il rumore della porta che sbatte dietro di me. Ma non solo: sono un amante del rock in tutte le sue sfaccettature (classico, anni '70 '80 '90, hard rock, glam&sleaze, heavy, death, thrash, black, crossover, metalcore, folk, prog, power, punk, indie&alternative, goth, doom, industrial) ma anche musica classica, elettronica e in generale qualunque musica che sia vera o definibile tale. Ossia fatta con gli strumenti, con il sudore ma soprattutto col cuore.

Cosa legge: Direi tutto. Filosofia, poesia e letteratura. In primis Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Oscar Wilde, Jim Morrison, Friedrich Nietzsche, Anne Rice, Edgar Allan Poe, Isaac Asimov, Giorgio Faletti, William Shakespeare, Eugenio Montale, Salman Rushdie. La letteratura romantica e decadente in genere, specialmente anglo-francese. E poi non disdegno le biografie dei miei gruppi preferiti.





Ipse dixit:

"Truth is a whisper, and only a chance nobody hears above the noise" (Goo Goo Dolls)

"Old loves they die hard, old lies they die harder." (Nightwish)

"Cotidie morimur." (Seneca)

"...every fair from fair sometimes declines, [...] but thy eternal summer shall not fade." (W. Shakespeare)

"Love's the funeral of hearts, and an ode for cruelty. When love is the gun, separating me from you.." (H.I.M.)

"All I want is you to take me into your arms, when Love and Death embrace." (H.I.M.)

"Even thought you can't afford, the sky is over." (Serji Tankian)

"Raining blood, from a lacerated sky; bleeding its horror, creating my structure. Now I shall reign in blood!"(Slayer)

"In the name of God, impure souls of the livind dead shall be banished into eternal damnation. Amen."(Hellsing)


"...and God is empty, just like me" (Smashing Pumkins)

"Winners are simply willing to do what losers won't." (Million Dollar Baby)

"Igne natura renovatur integra"(Trinity: Blood)

" Noi coraggiosi? No, non è vero. Spesso perdiamo solo il senso della realtà. Ma quando ce ne accorgiamo, tremiamo di paura anche noi come tutti quanti." (Squall Leonhart)

"Your fangs will never be able to reach me. Ever." (Byakuya Kuchiki, Bleach)

" C'è un lampo nei tuoi occhi,che non potrò mai spiegarti. Mentre ti alzi e te ne vai, guardo verso una parola lontana..." (Negazione)

"E guarda immobile, la vita d'altri che si rifletterà come un viaggio a metà; dura e immobile, e tutto intorno c'è la sua ostilità, tutta l'oscurità." (Subsonica)

"Dipingimi distorto, come un angelo anormale che cade." (Verdena)

"Don't you die, or justify? You're wearing the badge, and you're chosen white!" (Rage Aganist The Machine)

"Odio chi non parteggia... odio gli indifferenti!" (A.Gramsci)

"Psychic spies from China try to steal your mind's elation, little girl from Sweden, dream of silver screen quotation, and if you want this kind of dream it's Californication." (Red Hot Chili Peppers)

"I will wait for you. She said: Endlessly." (A.F.I.)

"Her lips were red, her looks were free, her locks were yellow as gold: her skin was as white as leprosy, the nightmare Life-in-Death was she, who thicks man's blood with cold." (S. T. Coleridge, Rime of the ancient mariner)

"Take me down to the paradise city, where the grass is green and the girls are pretty." (Guns n' Roses)

"Omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est." (Seneca)

"Don't let the day go by, don't let it end: don't let a day go by in doubt, the answer lies within." (Dream Theater)

"Don't know what I want but I know how to get it, I wanna destroy!" (Sex Pistols)

"L'inferno non può intaccare i pagani." (A. Rimbaud)

"When you know that your time is close at hand, maybe then you'll begin to understand, life down there is just a strange illusion." (Iron Maiden)

"And even if it's easy to be free, what's your definition of freedom?" (NOFX)

"There's a lady who's sure all that glitters is gold, and she's buying a stairway to Heaven." (Led Zeppelin)

"You left me incomplete, memories now unfold. Believe the world, I will unlock my door and pass the cemetery gates." (Pantera)

"Ever felt away without me? My love it lies so deep...everdream of me?" (Nighwish)

"If the doors of perception were cleansed, everything would appear to men as truly it is; infinite." (W. Blake)

"Those who have seen your face, draw back in fear. I am the mask you wear, it's me they hear!" (Phantom of the Opera)

"Your ocean pulls me under, your voice turns me asunder, love me before the last petal falls. [...] Forever shall the wolf in me desire the sheep in you." (Nighwish)

"City lights, like rain, dance and explode. Fall apart, the pain of old nights, kiss and control." (A.F.I.)

"Between the velvet lies, there's a truth that's hard as steel. The vision never dies, life's a never ending wheel." (Dio)

"Fly, on your way, like an eagle; fly and touch the sun!" (Iron Maiden)

"If you see me please just walk on by, walk on by, forget my name and I'll forget it too." (Rise Against)

"Viso in pianto asciugato dalla brezza, il mattino è percorso da un fremito di cose che svaniscono; l'uomo è stanco di scrivere, e la donna d'amare." (C. Baudelaire)

"Better to reign in Hell, than to serve in Heaven." (J. Milton, Paradise lost)

"We spend our lives on trial, we walk an endless mile, we are the youth gone wild!" (Skid Row)

"I don't think you trust in my self righteous suicide, I cry when angels deserve to die" (System of a Down)

"So close, no matter how far: couldn't be much more from the heart. Forever trusting who we are, and nothing else matters." (Metallica)

"Emptiness is filling me, to the point of agony. Growing darkness taking down, I was me but now he's gone..." (Metallica)

"Sleep my friend, and you will see: that dream is my reality." (Metallica)

"Give me song to sing, and emerald dreams to dream [...] Before I sink into the big sleep, I wanna hear the scream of a butterfly." (Jim Morrison)

"Vexilla regis prodeunt inferni" (Dante, Inferno)

"Does anybody really know the secrets, or the combination for this life, and where they keep it?" (Limp Bizkit)

"Despite all my rage I am still just a rat in a cage" (Smashing Pumpkins)

"I've seen fire, ruins and fire, in a world where the broken dance with shattered dreams." (Edguy)

"E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te." (F. Nietzsche)

"Born of love and cast in light, don't you know we cannot die?" (Smashing Pumpkins)

"And I feel like I'm being eaten, by a thousand million shivering furry holes. And I know that in the morning I will wake up, in the shivering cold. And the spiderman is always hungry" (The Cure)

"Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo." (E. Montale)

"Tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza." (Linea 77)

"Le parole dissimulano, le parole corrono, le parole rassomigliano a bastoni che camminano. Piantale: cresceranno. Guardale ondeggiare come fanno." (Jim Morrison)

"Io sono il tempo, sono lo spazio, e i desideri sono i miei tentacoli." (Linea 77)

"Arise, fair sun, and kill the envious moon, who is already sick and pale with grief." (W. Shakespeare, Romeo & Juliet)

"Ain't it fun when you know that you gonna die young? Such fun!" (Dead Boys)

"For those about to rock...we salute you!" (AC/DC)

"You know where you are? You're in the jungle baby, you're gonna die!" (Guns n' Roses)

"I don't know if Hell or Paradise belong togheter, or if Heaven tells no lies" (Helloween)

"Noi, esseri limitati dallo spirito illimitato, siamo nati soltanto per la gioia e la sofferenza. E si potrebbe quasi dire che i più eminenti afferrano la gioia attraverso la sofferenza." (Ludwig Van Beethoven)

"I feel now the future in the instant [...] Stars, hide your fires: let not light see my black and deep desires." (Macbeth, William Shakespeare)

"E non ho più niente, non piango più. Ti dedico la mia vendetta, e un buco di proiettile." (Baustelle)

"Soles occidere et redire possunt: nobis, cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda." (Catullo)

"L'esistenza è in realtà un tempo imperfetto che non diventa mai un presente." (F. Nietzsche)

"Nothing lasts forever, even cold November rain." (Guns n' Roses)

"Io come uomo posso dire solo ciò che sento, cioè solo l'immagine del grande smarrimento." (Giorgio Gaber)

"Quando in cotesto sentire ti senti veramente felice, chiamalo pure allora come vuoi: chiamalo felicità, amore, Dio. Per questo io non ho nome alcuno. Sentimento è tutto! La parola è soltanto suono e fumo." (Goethe)

"Vanità, decisamente il mio peccato preferito. [...] Forse Dio ha lanciato i dadi una volta di troppo. " (J. Milton, The devil's advocate)

"The eye, it cannot choose but see; we cannot bid the ear be still; our bodies feel, where'er they be, against or with our will." (W. Wordsworth)

"Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior." (Catullo)

"Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. " (F. Nietzsche)

"Cammino senza legami, ho solo il vento che mi insegue, e il tempo non mi riguarda perché il tempo mi appartiene." (Modena City Ramblers)

"Per noi, o Amore, tu sei l'alfa e l'omega." (Schleilermacher)

"Io sono testimone diretto della forza delle idee, ho visto gente uccidere per conto e per nome delle idee, li ho visti morire per difenderle. Ma non si può baciare un'idea, non puoi toccarla né abbracciarla; le idee non sanguinano, non provano dolore...le idee non amano." (V per Vendetta)

"...e questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà" (Bella ciao)

"Plaudite amici, comedia finita est." (Ludwig Van Beethoven)


"Dies irae, dies illa solvet saeclum in favilla, teste David cum Sybilla. Quantus tremor est futurus, quando judex est venturus, cuncta stricte discussurus."

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