
Ma pauvre muse, hélas! qu'as-tu donc ce matin?
Tes yeux creux sont peuplés de visions nocturnes,
Et je vois tour à tour réfléchis sur ton teint
La folie et l'horreur, froides et taciturnes.
Se ne stava lì, accasciata al vetro della finestra. Sotto di lei, una via brulicante di vita sotto al sole grigio e spento. Come ogni mattina. Mosse i suoi occhi pigramente da una faccia all’altra, da un’espressione all’altra, e cominciò a sondarle con malcelata amarezza. Noia, paura, soddisfazione; un bambino strattonava la mamma e indicava convulsamente i piccioni al centro della piazza, uno svolazzare in controluce. Un vecchio signore se ne stava sulla panchina a sfogliare un quotidiano, sbuffando ogni tanto dalla pipa e lanciando occhiate circospette ai passanti. Un muratore, con la fronte imperlata di sudore, usciva faticosamente dalle transenne del cantiere e guardava in alto, maledicendo la calura. Anche lei spostò lo sguardo in alto: le sembrò, per un attimo, di scorgere vagamente i lineamenti spigolosi di quel viso, e quello sguardo così strano. Così vivo. Strizzò gli occhi fino a farli quasi lacrimare, come se volesse penetrare la luce, sfuggire a quelle parvenze fastidiose; stava cominciando a non sopportarle più. Quello stupido quadro la stava tormentando, non aveva tempo per stare sovrappensiero. Mentre si sforzava di riportare gli occhi su quella fremente sezione di vita che fluiva sotto di lei, un soffuso aroma di caffè la avvolse.
“Buongiorno.”
Si voltò di scatto, scuotendosi da quell’insolito torpore, e volse gli occhi all’interno dell’ufficio; dietro le scartoffie disordinatamente gettate sulla scrivania, sopra lo schermo perennemente acceso del pc, c’era un sorriso visibilmente impegnato nel mostrare allegria. Ah, Daniel.
“Buongiorno, Daniel.”
Gli occhi di lei indugiarono per circa un secondo sul suo colletto nervosamente allacciato, e sulle due tazzine di caffè che teneva in mano. Poi si spostarono sulla sua espressione così bislaccamente sorridente, tradita solo da una goccia di sudore che cominciava a scendere sugli zigomi. I suoi occhi castani avevano un’espressione incomprensibile. Povero Daniel, era teso come una corda di violino. Gli concesse un mezzo sorriso, e poi si voltò di nuovo verso il vetro opaco. L’impeto di coraggio di lui vacillò bruscamente, pericolosamente in bilico sulle sue fragili fondamenta. Ma si riprese: deglutì, e si sforzò di scandire bene le parole. Non avrebbe balbettato stavolta.
“Ti ho portato il caffè.”
Il sorriso si aprì ancora di più, mostrandosi in tutta la sua goffa artificiosità e facendosi quasi tremolante. Il suo era uno sforzo considerevole, dopotutto. Lei si voltò di nuovo, prese pigramente in mano la tazzina e gli mollò un grazie tanto sincero quanto gelido. Daniel incassò bruscamente, e le parole gli si bloccarono a mezz’aria. Fece quasi cadere la tazzina.
“Puoi sederti se vuoi, non ti mangio mica!”
A Daniel si illuminarono gli occhi; il guerriero caduto che riprende in mano lo scudo e si rialza, stoicamente. Sfoggiò un sorriso da fotografia e si sedette accanto a lei. Quel vago e indecifrabile profumo che emanava ogni volta lo travolse; non riusciva a capire se fosse una sorta di odore naturale o qualche strano cosmetico. Lei intanto si era voltata verso di lui, e quegli occhi scuri lo perforavano senza pietà, mentre cercava di raccogliere le forze e dire qualcosa di sensato.
“Una…bella giornata oggi vero?”
“Sì sì, davvero. Era tanto che il sole non splendeva così.”
“Già, l’avevo notato anche io. Dimmi, quelle scartoffie per il capo le hai già preparate?”
“Oh sì. Devo correggere le ultime cose, e poi spero che gli vada bene.”
Si lasciò scappare una risatina. Daniel era talmente ammaliato che si rese conto della sua faccia ad ebete solo dopo qualche secondo, e cominciò a ridacchiare sommessamente anche lui. Il capo era un tipo difficile, in effetti. Ma riuscire ad articolare un discorso con la presenza soverchiante di lei di fronte era decisamente un’impresa. Decise di darsi una mossa: era troppo tardi per convenevoli, o la va o la spacca.
“Senti, stasera cosa ti ha dato da fare? A che ore finisci il turno?”
“Stasera dovrei avere il turno corto. Esco alle 16, poi ho un po’ di commissioni da fare. Niente di particolare però.”
“Capisco. Beh sai…stavo pensando che magari…sempre se ti va…potevamo…”

La porta dell’ufficio sbatté con un tonfo sordo. Entrò una segretaria, trafelata, facendosi strada tra i fogli sparpagliati dalla sua brusca entrata in scena. Stringeva in mano la cornetta del telefono come una fiaccola olimpica. Daniel rimase come immobilizzato, mentre la ragazza si sistemava la camicetta e l’acconciatura e porgeva a lei il telefono:
“Chiamata per te. Non so chi sia, ma dal tono sembra urgente…”
Un ombra di costernazione si dipinse sul volto di lei, mentre prendeva in mano la cornetta e la portava all’orecchio. Daniel, ancora paralizzato dal disappunto, non riusciva a muoversi; la sua bocca era rimasta aperta, e i suoi occhi slittavano frenetici dall’una all’altra in preda al panico, nel disperato tentativo di captare informazioni.
“Capisco… Sì, la ringrazio… Sarò lì il prima possibile. Grazie.”
“Sospettiamo l’insorgenza di un tumore”. Queste parole violentavano ripetutamente la mente di lei, mentre scendeva correndo le rampe di scale, scansando colleghi e semplici passanti con un’eleganza che non veniva meno neanche nei momenti di disperazione. Sguardi circospetti le galoppavano intorno, ma i suoi occhi erano socchiusi in fessure sottili, non facevano sbirciare nessuno, non facevano scappare neanche il più piccolo, ansioso, trasalimento. Sua nonna era stata trasferita d’urgenza all’ospedale, le avevano detto. Non potevano, non avrebbero dovuto. Non a lei. Non potevano portarle via l’unico punto di riferimento che aveva, l’unico appiglio che le impediva di sprofondare, l’unica persona in grado di penetrare con dolcezza la sua barriera di gelida superiorità. Spalancò le porte del palazzo e si gettò nella via, confuse il cloc dei suoi tacchi a spillo nella folla che si agitava sul marciapiede, sotto a quel cielo perennemente grigiognolo che la osservava dall’alto. Non potevano, non potevano farlo. Mentre correva, le strade della metropoli la avvolgevano come serpenti, strisciavano diabolici, e poi clacson, lamenti, telefoni che squillano, fumo, porte che sbattono, allarmi che suonano, respiri che si perdono nello smog. Tutto cominciava a confondersi in uno sfuocato vortice di frenesia che le pulsava sulle tempie. Ma lei no, non voleva sentirlo. Lo scacciava e continuava a correre. E poi correre, correre, correre.
Ad un certo punto uno stridere di gomme: si rese conto di trovarsi in mezzo di strada, a poco più di un metro dal paraurti di un’automobile che stava per investirla. Davanti a lei due fari accesi, e lo sguardo feroce di un tassista in ritardo per la sua pausa pranzo. “Che diamine signorina! Stia attenta!” lo sentì sbraitare da dentro l’abitacolo. Lei si voltò per un attimo a guardarlo sbigottita, come se si fosse appena svegliata. Poi sussultò, rendendosi conto di aver incrociato per l’ennesima volta quegli occhi pungenti, quei lineamenti severi e spigolosi dell’uomo del dipinto. Non poteva essere possibile; non di nuovo. Scosse la testa con violenza, e poi distolse lo sguardo e riprese a correre, cercando di cancellare le facce che la stavano fissando stranite. Via del municipio: l’ospedale non doveva essere lontano.
snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 13:56
in: obsidian reverie
Ahimè, povera musa mia, che cos'hai stamane?
I tuoi occhi vuoti sono popolati di visioni notturne,
e vedo sul colore del tuo volto riflettersi
alterni, freddi e taciturni, follia e orrore.
Il succube verdastro ed il folletto rosa hanno versato in te,
dalle loro urne, la paura e l'amore?
E d'un pugno dispotico e ribelle l'incubo ti ha forse annegata
al fondo di un favoloso Minturno?
Vorrei che esalando odore di salute il tuo petto
fosse frequentato sempre da pensieri vigorosi
e il tuo sangue cristiano scorresse a ritmici fiotti,
come i suoni numerosi delle sillabe antiche
ove regnano volta a volta Febo, padre di canzoni
e il grande Pan, signore delle messi.

(Charles Baudelaire, Les fleurs du mal)
snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 01:17
in: poesia, obsidian reverie
L’Arte. Questa strana, affascinante chimera.
Cos’è veramente, lo slancio artistico dell’uomo? E’ solo la virtuosa dimostrazione delle sue capacità di creazione e di imitazione? Sono solo tanti colori, forme, immagini, suoni che l’uomo utilizza per lusingare se stesso della sua abilità, e della sua capacità di suscitare negli altri apprezzamento estetico? Un mero abbellimento forse, un’aggiunta, una superflua decorazione alla vita. Insomma, una semplice applicazione delle attività umane e del loro progressivo svilupparsi. O magari, c’è dell’altro? Magari è una tensione vibrante dello spirito, che si manifesta e guida dita e pennelli a dipingere sulla vita che scorre il suo linguaggio bellissimo e segreto. Una porta aperta, una via che ci conduce verso nuove dimensioni della conoscenza. O addirittura un terribile strumento di dannazione, una tecnica proibita e maledetta con la quale l’uomo carpisce le frasi non dette, le azioni non fatte, i pensieri occulti, le pieghe nascoste dell’esistenza. La sottile malvagità di una sfolgorante bellezza: colori e armonie carezzano l’uomo e lo rapiscono, come hanno sempre fatto fin dalla notte dei tempi. Affascinato da colori sgargianti e armonie naturali, egli ha poi sempre cercato di imitarle; ha provato a riprodurle, a catturarle e conservarle gelosamente all’interno del suo inconscio. Per far vedere che anche lui, ambizioso com’era, poteva creare la stessa magia, se voleva: una sfida a viso aperto alla Bellezza.
Ma allora, fare Arte voleva solo dire seguire febbrilmente dei modelli? Era solo uno scopiazzare di qua e di là la Bellezza stessa, che disegnava il mondo con mani leggere e sicure?

Je suis belle, ô mortels! comme un rêve de pierre,
Et mon sein, où chacun s'est meurtri tour à tour,
Est fait pour inspirer au poète un amour
Eternel et muet ainsi que la matière.
Quei due occhi da bambino, giovani ma profondamente e inspiegabilmente svegli, cominciarono a sentire il peso di queste domande molto presto. C’era senz’altro qualcosa di più.
“Tesoro, tra un paio di minuti partiamo che siamo già in ritardo! Preparati la cartella”
Una docile brezza mattutina entrata dalla finestra gli carezzava i capelli perennemente spettinati, mentre guardava la sua cartella di scuola coi libri infilati alla rinfusa. Senza muoversi. Odiava quelle rifiniture giallo canarino: era un colore così insulso. D’altronde c’era da aspettarselo; l’aveva comprata sua madre quella cartella. Ed era così entusiasta, quando gliela mostrò la prima volta! Come se fosse lei a dover affrontare quello che sembrava il grande rito d’iniziazione di ogni bambino, noto come primo giorno di scuola. Lui, dal canto suo, l’avrebbe senz’altro scelta nera. Da qualche parte, aveva letto che il nero rappresentava l’assenza di ogni colore: come se, con il suo manto scuro, fuggisse irrequieto dalle manie estetiche della Natura. Un’insofferenza non calcolata, un errore di programma.
Mentre meditava su quanto potesse sembrare ridicolo con quello stupido e goffo borsone giallo sulle spalle, si appoggiò al davanzale della finestra. Fuori intanto, il sole brillante dei primi di settembre sembrava dimenticare di essere alle porte dell’autunno, e splendeva sulle fronde degli alberi ingialliti come in un giorno di primavera. Ad un certo punto, successe una cosa strana: dalla finestra socchiusa che dava sul giardino entrò una piccola e svolazzante farfalla. All’inizio non ci aveva fatto caso, preso com’era nel seguire con lo sguardo il movimento delle fronde e i riflessi abbaglianti del sole sulle foglie. Le sue piccole livree nere e arancio intanto turbinavano veloci, mentre il variopinto insetto si muoveva freneticamente da una parte all’altra della cucina.
Poi la vide.
Le fronde degli alberi parvero tutto ad un tratto molto meno interessanti: il suo occhio attento si dedicò subito alle trame leggere che la Natura aveva dipinto su quel minuto, guizzante paio d’ali. E gli tornavano in mente tutte quelle domande senza risposta sull’Arte, sulla Bellezza. Sulla presunzione dell’uomo di poter imitare la magia della Natura: e il piccolo miracolo di colori e linee che stava osservando, non faceva che rendere tutti quei discorsi sempre più vaghi e lontani. In un certo senso lo stava sbeffeggiando. Intanto l’insetto (che a dirla tutta sembrava non curarsi di questo onere che gli era cucito addosso) si era posato un momento sul davanzale; dispiegava le alette, quasi in un tripudio di strafottente vanità. Fu un attimo: Lui prese dalla credenza un bicchiere, e con un gesto repentino lo intrappolò tra quelle rotondeggianti pareti di vetro. Chiusa, finalmente.
Non sapeva perché l’aveva fatto, a dir la verità: era stato una specie di riflesso condizionato. Forse era un gesto di sfida, o il frutto di un’esasperata indignazione esistenziale. O, forse, era solo ciò che gli andava in quel momento. Fatto sta che la farfalla si era accorta presto della situazione spiacevole: cominciò a sbattere le alette ancora più freneticamente, colpendo il vetro più e più volte. Sempre di più, sempre di più: era disperata. La sua grazia si era trasfigurata adesso in follia turbinante, nel delirio esasperato dell’Arte microscopica. Un infuso di Bellezza che si divincola tra gli spasmi di una vita infima, e raggiunge il suo parossismo tra le gabbie di vetro di un bicchiere da cucina. Sporco, per giunta.
Lui intanto sembrava ammaliato da quella danza esasperata: la seguiva cercando di cogliere con gli occhietti accesi ogni più piccola sfumatura di emozione, rapito dai movimenti fulminei dell’insetto. Si rese conto che non aveva mai visto, fino a quel momento, niente di più vivo. Vivo, nel vero senso della parola.
Dannatamente vivo. Ed era meraviglioso. Mentre i deliri della farfalla si stavano lentamente spegnendo in spasmi fruscianti ad intermittenza contro il vetro del bicchiere, sentì il bisogno immediato di un foglio di carta. Voleva incanalare un po’ di quella traboccante energia vitale e riprodurla, imitarla. In fondo, era quello che facevano gli uomini da sempre: erano dei miseri copiatori. Delle divinità fac-simile, presuntuose e arroganti, impegnate in un confronto che erano destinate a perdere. Dopo aver disfatto la triste cartella gialla che la sera prima aveva riempito con tanta cura, prese il primo quaderno che gli era finito tra le mani, lo aprì alla prima pagina e cominciò a disegnare. Con un lapis dalla punta mangiucchiata, tratteggiò al volo i contorni delle ali: le sue dita volavano letteralmente sul foglio, con una maestria innata e quasi soprannaturale. Bordi, striature: le prime forme cominciavano già a prendere vita, sulla quadrettatura grossa dei quaderni di prima elementare.

Je trône dans l'azur comme un sphinx incompris;
J'unis un coeur de neige à la blancheur des cygnes;
Je hais le mouvement qui déplace les lignes,
Et jamais je ne pleure et jamais je ne ris.
“Forza andiamo tesoro, è ora!”
Si girò di scatto verso l’entrata della cucina. Nel salone dell’ingresso, oltre la volta che dava nel salotto, c’era la luce accesa. Sua madre lo aspettava, in piedi di fronte alla porta. Gli pareva quasi di vederla, mentre si riavviava confusamente i capelli e cercava le chiavi della macchina sul tavolino. Sbuffò: quella voce stridula l’aveva distratto, rompendo quello strano e insolito equilibrio di forze.
Fu troppo tardi quando, ignorando i richiami che si stavano facendo sempre più insistenti, si voltò di nuovo per tornare alla sua piccola opera d’arte. Il povero insettino era ormai del tutto immobile, accasciato su un fianco del bicchiere come uno straccio gettato nel sudicio. Nessun movimento: l’attimo estatico era finito. La sinfonia silenziosa e lieve di alette sgargianti aveva raggiunto il suo termine. Rimase talmente sbigottito che il lapis mangiucchiato gli cadde dalla mano; pareva una cosa insignificante, eppure per lui fu come vedere il mistero della vita e della morte condensato in pochi attimi, e in infiniti faticosi movimenti.
Penso all’interminabile ripetersi del ciclo della vita; si nasce, si vive, si muore. E’ una legge universale, alla quale niente e nessuno può sfuggire. Come la piccola farfalla, soffocata dalle smanie di curiosità di un bambino, così faceva ogni essere vivente, dai più piccoli ai più grandi. Persino le popolazioni, le specie animali, le razze: davanti alla morte ogni altra dimensione svanisce, e non esiste più piccolo o grande, unico o numeroso, evoluto o primitivo. Quando la parentesi di vita che ci viene concessa si chiude ogni grande emozione appassisce e scompare, insieme a tutte le trascinanti passioni e gli ideali esaltati e sanguinanti, nel nulla più totale.
Forse, pensò, era questo il grande segreto della Natura. Ogni creazione naturale, dalle maestose aurore boreali e alle microscopiche striature delle farfalle, risplendeva fulgida di vita in confronto alle sterili composizioni umane: in ogni loro atomo, in ogni loro cellula c’è sempre stata la consapevolezza di vivere il loro unico attimo di gloria, il loro momentaneo ma splendente bagliore prima di spegnersi nel vuoto. E quindi quel piccolo momento va reso assoluto, immenso e perfetto; è l’unica e sola occasione che c’è per provare a far scintillare il loro gioiello prima che l’ombra minacciosa inghiotta anche la più tenue luce di vitalità, nel suo abbraccio eterno. Era tutto così naturale, eppure sconcertante a pensarci.
Forse le altre persone non ci facevano caso, magari ci erano abituate. Per lui non fu esattamente così.
Mentre rifletteva, gli vennero in mente quei signori, che aveva visto una volta nei libri di suo padre, convinti di come l’Assoluto non vada cercato in cielo, ma qui sulla terra: che la vera perfezione sta nelle cose finite e concrete del mondo terreno. Oppure quell’altro signore baffuto, che vedeva sempre nei libri di suo padre e che incitava l’uomo ad andare oltre, a vivere la vita in modo da rendere ogni attimo perfetto ed eterno. A slegarsi dalle costrizioni morali che lui stesso aveva creato e affermare la sua volontà. Per quanto si sforzasse, non era mai riuscito a capire cosa volessero dire fino in fondo, sia gli uni che l’altro. Adesso finalmente l’aveva compreso.
Poi il ticchettare delle lancette lo riscosse da quei suoi pensieri lancinanti. Si rese conto che stava veramente facendo tardi, e che sua madre si sarebbe cominciata a preoccupare di quell’improvviso mutismo del figlio. Aveva perso la cognizione del tempo; gli succedeva sempre, quando rifletteva. Mentre i rumori del traffico si intensificavano, nella via sotto la finestra della cucina, si convinse che non c’era tempo per lasciarsi prendere da quegli strani interrogativi: il mondo stava cominciando il suo lento risveglio, tra cinguettii di uccelli e clacson di auto fumanti. E anche lui doveva pur fare la parte del normale bambino di sei anni, eccitato per il primo giorno di scuola. Chiuse il quaderno con lo schizzo, e lo cacciò insieme a quei pensieri scomodi nell’orrenda cartella gialla. La sua parentesi, il suo attimo di gloria prima del nulla, era iniziato. E il tempo non aspetta.

Già, il tempo non aspetta: erano passati più di cinquant’anni ormai, da quel suo primo contatto con la fatiscenza della vita. Dal quel suo piccolo trauma esistenziale, all’apparenza così insignificante, e invece terribilmente significativo. Forse proprio quella innocente farfalla, immolata sull’altare della vaghezza, era stata la scintilla che aveva fatto cominciare tutto. Sì, pensò: la scintilla. Quella stessa scintilla che risplendeva nei suoi occhi cerchiati e stanchi ancora oggi, che rimaneva brillante anche dietro quelle membra logore e affaticate.
Sulle labbra gli si aprì un sorriso sincero: posò di nuovo gli occhi su quel piccolo foglio di quaderno, intramezzato dai quadretti grossolani della prima elementare, sul quale aveva posato la penna per la prima volta. Lo osservò con il suo piglio vago e sognante. Proprio così, ce l’aveva ancora, e lo stava reggendo tra le mani tremanti e sudate. Bello come allora. Era riuscito a conservarlo per tutti quegli anni quasi senza un graffio: lo teneva nel primo cassetto della scrivania, curandolo con un fervore quasi religioso e riprendendolo, di tanto in tanto, per osservarne qualche dettaglio o per controllare che non fosse rovinato. A onor del vero, la piccola reliquia era ben lungi dall’essere immacolata; i contorni erano sgualciti, un po’ consumati. E la carta era fragile e ingiallita, talmente stinta che i quadretti si distinguevano a fatica. Ma non era certo quello che contava.
Les poètes, devant mes grandes attitudes,
Que j'ai l'air d'emprunter aux plus fiers monuments,
Consumeront leurs jours en d'austères études;
Le linee sinuose delle alette, i contorni morbidi, gli accenni sbiaditi delle antenne e delle zampe; ogni singolo tratteggio era ancora lì, leggero come un respiro condensato su un vetro e allo stesso tempo solido e immutabile. Incancellabile. E ancora talmente vivo e intenso che il piccolo esserino avrebbe quasi potuto spiccare il volo di nuovo, da quella prigione bidimensionale. Una splendida fotografia alla vita insomma.
A quei tempi forse era troppo piccolo per realizzarlo; o forse il corso degli eventi lo aveva portato brutalmente lontano da quei timidi pensieri. Ma giorno dopo giorno, osservando quei tratti leggeri e indelebili, una strana consapevolezza cominciò a costruirsi in lui, cementificandosi nelle sue sinapsi in modo radicato e completo; aveva finalmente in mano la risposta. Era vero, la perfezione estatica dell’attimo era una prerogativa della Natura: il condensare il segreto della vita in pochi ma significativi momenti, catturando il sublime in fuggevoli, passeggere sfumature dell’esistenza. Però l’uomo aveva un potere altrettanto miracoloso: egli poteva fermare quell’istante, campionarlo, fotografarlo. Imprimerne l’essenza vitale in una prigione di immobili bidimensionalità. Aveva la facoltà di cogliere il sublime, il carpe diem che la Natura giornalmente poneva di fronte ai suoi occhi occlusi dalla mondanità e dalle manie di grandezza; e attraverso l’Arte rendere quegli stessi attimi eterni e immutabili. Se la perfezione stava nell’attimo, quindi, l’uomo poteva eternizzarla. Ogni volta che guardava quella farfalla rinchiusa nella sua vetrina bicolore, si sentiva onnipotente e irrefrenabile. Sentiva sulla pelle la spietata rivincita dell’Uomo verso la Natura: non più un futile copiatore, ma il complemento della perfezione. E quel mistero vitale che tanto l’aveva attanagliato nel corso della storia, egli l’aveva raggiunto e anche superato. Probabilmente senza neanche accorgersene.
Un brivido freddo gli percorse la schiena, improvvisamente: la piccola finestrella dello studio era spalancata alla brezza della notte, e i suoi cigolii sembravano i gemiti di un animale ferito. “E’ veramente odioso quanto inezie come queste inquinano pensieri così nobili”, pensò indignato mentre sigillava nuovamente la reliquia nel suo tabernacolo (il cassetto della scrivania) e si avviava verso gli stipiti malmessi della finestra. Fuori, la luna era coperta da strascichi di nuvole, che ne filtravano il bianco pallore. Non c’erano stelle a far capolino nell’aria soffusa. Tornò a pensare agli euforici deliri di onnipotenza che da giovane si impossessarono di lui; quella sensazione durò ben poco, ricordò con amarezza. D’altronde era solo un bambino cresciuto troppo presto, che andava portandosi dietro quell’aura di superiorità per tutte le scuole elementari, sconcertando compagni e maestre. Il piccolo, silenzioso e taciturno genio.
Un alieno, un angelo venuto dal cielo e mescolatosi tra i mortali.
No, niente di tutto questo: era solo giovane esteta venuto al mondo troppo presto, che mentre cresceva si rendeva sempre più conto di quanto fosse pesante il fardello di quella sua immortale consapevolezza. I suoi compagni, così frivoli e stupidi, lo disgustavano. Anche le maestre lo disgustavano, con quella loro patetica accondiscendenza; sembrava quasi che avessero paura di lui, a volte, e lo guardavano con quegli occhi impauriti e quei sorrisi traballanti. Lui voleva soltanto stare solo, ergersi al di sopra di quella marmaglia di deviati, e cercare risposte alle sue domande. Ogni sera, passava ore nella sua cameretta a dare sfogo alle sue piccole mani vibranti di disegnare, di dipingere, di slanciarsi verso quei mondi eterei e meravigliosi. Mondi segreti, dove tutto era fermo ed eterno. Ma c’era qualcosa che non andava: nessuno di quei disegni, per quanto perfetto e splendente di colori e di sfumature, aveva la stessa palpitante emozione vitale della farfalla abbozzata sul quaderno. Parlavano altri linguaggi sconosciuti, e la loro immobilità sembrava il rigetto altezzoso di un nobile verso i suoi sottoposti. Niente a che vedere con il linguaggio eterno, pieno di luce abbagliante, di quelle alette arancio. Eppure, pensò, aveva sempre ricercato l’emozione pura, la passione vitale che di dischiudeva nei petali bagnati dalla rugiada, l’armonia delle fronde agitate dal vento, i giochi di luce del sole che gioca con le nuvole in un cielo terso. Tutte quei piccoli gioielli che scatenavano l’impulso vitale, le sfumature sfolgoranti del pennello della Natura.
Ma non era abbastanza. Ci voleva qualcosa di ancora più travolgente, qualcosa che lo prendesse e trascinasse i suoi sensi in un vorticoso crescendo; qualcosa che suscitasse in lui quelle emozioni deliranti che il fruscio disperato della farfalla aveva una volta generato nel suo animo limpido. Qualcosa di ardente, di impetuoso, di irresistibile. Una visione che violentasse la sua lucida consapevolezza, la sua attitudine di meticoloso osservatore. Era inutile cercare tutti quei piccoli gioielli, tutte quelle fuggevoli impressioni, se poi non si faceva coinvolgere da essi; era tornato ad essere un vile copiatore, un imitatore della Natura che non aveva fatto altro che cambiare i propri soggetti e spingersi verso altre rappresentazioni.
Ah, povero illuso. Come pensava di poter eternizzare lo slancio passionale della vita senza abbandonarsi in quel flusso turbinante? Come pensava di replicare la vita senza prenderne parte, rimanendo il freddo e loquace osservatore che era stato fino a quel momento? Avrebbe dovuto inserirsi nella realtà quotidiana, prenderne parte ed estrapolare da essa le emozioni vitali, i sussulti, i sospiri tremolanti dell’essere che riusciva a catturare. Ma era così difficile, integrarsi in quella accozzaglia di stupidi. Non poteva abbassarsi a quei livelli, ne andava della sua dignità.
Il tempo intanto passava, inesorabile. Era ormai arrivato alle porte dell’Istituto d’arte, ancora preso da questa frustrazione esistenziale, quando quell’impulso vorticoso e irrefrenabile finalmente arrivò. E lo travolse, senza neanche aspettare che se ne rendesse conto, senza neanche chiedergli per piacere, senza dargli neanche il tempo di respirare. Arrivò e basta, e lo trascinò violentemente fuori da quel suo mondo etereo ed astratto: giù, tra i comuni mortali. Giù, tra le emozioni autentiche e sporche del sudore di una afosa mattinata di settembre. E lo fece con dei bellissimi occhi scuri, profondi come la notte.

Car j'ai, pour fasciner ces dociles amants,
De purs miroirs qui font toutes choses plus belles:
Mes yeux, mes larges yeux aux clartés éternelles!
snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 14:27
in: obsidian reverie
Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra e il mio seno,
cui volta a volta ciascuno s'è scontrato,
è fatto per ispirare al poeta un amore eterno e muto come la materia.
Troneggio nell'azzurro quale Sfinge incompresa,
unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni,
odio il movimento che scompone le linee e mai piango, mai rido.
I poeti, di fronte alle mie grandi pose,
che ho l'aria di imitare dai più fieri monumenti,
consumeranno i giorni in studi severi, perché,
onde affascinare quei docili amanti,
ho degli specchi puri che fanno più bella ogni cosa:
I miei occhi, questi larghi occhi dalle luci eterne.
(C. Baudelaire)
Sì, lo ammetto. Il blog è stato abbandonato ormai. Un osso di seppia montaliano nell'oceano telematico. Beh, ormai devo dire che ha assunto una conformazione particolare: contiene un po' delle roboanti radici della mia adolescenza (e i miei ridicoli post che, se guardate nell'archivio, sono ancora lì bel belli) e si è lentamente trasformato nel mio "libro" autopubblicato. Purtroppo ho perso quasi tutti i contatti che avevo visto che lo Stato italiano ha preteso il mio sforzo per potermi definire maturo. Ho dovuto quindi assistere all'ennesima farsa alla fine della quale riceverò un foglio di carta conosciuto come diploma. Adesso spero di riprendere (lavoro permettendo) a pubblicare a cadenza più regolare, anche se praticamente non c'è più nessuno a leggere questa paginetta... A breve comunque pubblicherò il terzo capitolo di Obsidian reverie, vediamo cosa ne viene fuori di questa sottospecie di storia. XD
Passo e chiudo. Au revoir.
snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 18:24
in: obsidian reverie
“Due euro e sessanta, grazie.”
Un frettoloso tintinnio di monete, uno scambio di sguardi aridi. Poi un arrivederci distratto e subito mescolato confusamente alla marea di parole, in quella grigia mattinata cittadina. Questione di pochi momenti, e poi via. Via, tuffandosi nell’incessante scalpitio di decine di passi. Scarpe, sneakers, stivali, tacchi; la tragicomica sinfonia della metropoli, la vita che fluisce e palpita forsennata nelle arterie del mondo. E poi schiamazzi, discorsi, fiumi di parole senza argine alcuno, rumori sconnessi e suoni graffianti: l’ouverture.
La rue assourdissante
autour de moi hurlait...
Lei si fermò, una volta arrivata all’incrocio. La via del mercato era terminata, e la volta opprimente e variopinta di tende sudice si era appena aperta davanti ad un cielo spento e monocolore, sipario indegno di uno sfondo che può esser solo quello di un grigio centro cittadino. Annebbiato da smog e aria pesante e umida. Era piovuto tutta la notte; impossibile scordarlo, dopo quell’ossessivo tamburellare al vetro della sua finestra che le aveva dato il buongiorno. Vide i rimasugli sfibrati e sfocati delle nuvole ancora disseminati nel cielo, come macchie su una tovaglia sporca; presto però, il tamburellare della pioggia di quella notte tornò a coincidere col battito ritmico dei suoi tacchi, sull’asfalto levigato del marciapiede. Continuava a camminare. E, mentre lo faceva, guardava sempre avanti verso un punto indefinito, senza concedere neanche un assaggio del suo sguardo imperturbabile alle persone che le passavano accanto. Scivolò per un po’ tra di esse, con la sua insolita e quasi innaturale disinvoltura, finché non arrivò all’incrocio, due isolati prima di casa sua; poi, un attimo di smarrimento. Succedeva sempre ormai, anche se quella strada la conosceva come le sue tasche. E si ritrovava, ogni volta, a pensare che magari quella confusione era solo un surrogato della solita notte passata insonne. Già, insonne a disegnare trame inesistenti sul soffitto liscio della sua camera da letto.Longue, mince, en grand deuil,
douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;
Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Un portone con vetrate opache e sporche troneggiava adesso sulla sua figura elegante, mentre frugava nella borsa alla ricerca delle chiavi di casa. Poco più in là, sulla strada, i rumori delle macchine che passavano scandivano l’epilogo di quella sinfonia metropolitana, per poi rituffarsi nella confusione e nel clamore lontano delle vie, divenendo un brusìo indefinito. L’adagio.Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
Entrò nel suo appartamento quasi senza far rumore, tradita solo dal fruscio della giacca e delle buste di nylon. Come al solito, non accese la luce: i flebili spiragli del sole di mezzogiorno si stavano faticosamente strada tra le persiane serrate e le tende spesse della camera da letto, ed erano più che sufficienti. E poi, quella strana penombra che si divincolava tra luce e buio, e che dipingeva i contorni degli oggetti come un acquerello, donava alle stanze della casa un’atmosfera soffusa e rilassante. Proprio quello che ci voleva.
Un éclair... puis la nuit! -Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?
sempre velato da quella strana malinconia che non riusciva a decifrare.Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard!
jamais peut-être!

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,Ma ora non è certo il tempo per contemplare un quadro, si ritrovò improvvisamente a pensare mentre si riprendeva da quell’attimo di sbigottimento. Il tempo non aspetta: l’una e quaranta. E proprio mentre malediceva l’insulso ticchettare delle lancette, sentì la vibrazione smorzata del cellulare fare capolino dal mobiletto dell’ingresso. Si avviò sospirando nell’altra stanza, e lasciò che lo sguardo dell’uomo del dipinto si fissasse sul legno scuro della porta, che si chiuse piano dietro di lei.
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!
snakecharmer182 ha navigato fiumi di parole, ed erano le 23:56
in: vita, sogni, dolore, fatti, rabbia, abisso, realtà , fragilitÃ
"Ain't it fun when you know that you gonna die young? Such fun."
L'incantatore di serpenti. Viaggiatore in cerca dei propri sogni, che coltiva illusioni e speranze con determinazione e dedizione. Quasi mai coi piedi per terra, la sua principale caratteristica è l'evasione dalla realtà che lo circonda e la ricerca di emozioni sempre e costantemente più forti di lui. Gli piace scrivere, ascoltare musica fino allo sfinimento, guardare il cielo di notte. Adora vivere tra le nuvole e sognare. Sempre, ininterrottamente. Cose impossibili e irrealizzabili, anche, se a volte, gli sembra quasi di scorgerle nel mutare delle fuggevoli emozioni terrene. Triste. Frustrato. Odia profondamente se stesso ed ogni sua caratteristica fisica e caratteriale. E' coerente e leale alle sue idee, ma allo stesso tempo contradditorio e incomprensibile. Odia ogni tipo di estremismo e chiusura mentale, il vittimismo e l'autocommiserazione, la falsità e l'ipocrisia. Nutre profondo disprezzo per la Chiesa e la religione, con tutte le sue rigide idee conservatrici e il suo finto perbenismo che in realtà è il più deplorevole esempio di corruzione e contradditorietà . Non sopporta il razzismo, chi si crede superiore agli altri e qualsiasi tipo di pregiudizio e presunzione, la violenza gratuita e l'imposizione di regole, leggi o ideologie. Si oppone alle generalizzazioni e alle etichette che dominano il senso comune. Un povero illuso in un mare d'indifferenza e superficialità . Una confusionaria miscela di razionalità e impulsiva irragionevolezza. Un sognatore desideroso di volare ma pesantemente incatenato a terra. Il riflesso distorto del tuo viso che si specchia nella triste realtà di tutti i giorni. Qualcuno che non vorresti mai conoscere fino in fondo, con delle sfaccettature difficili e impossibili da capire. La prossima persona che odierai. Cosa ascolta: L'effluvio poetico delle cose. Il silenzio di mille parole sospese nel nulla. Il rumore della porta che sbatte dietro di me. Ma non solo: sono un amante del rock in tutte le sue sfaccettature (classico, anni '70 '80 '90, hard rock, glam&sleaze, heavy, death, thrash, black, crossover, metalcore, folk, prog, power, punk, indie&alternative, goth, doom, industrial) ma anche musica classica, elettronica e in generale qualunque musica che sia vera o definibile tale. Ossia fatta con gli strumenti, con il sudore ma soprattutto col cuore. Cosa legge: Direi tutto. Filosofia, poesia e letteratura. In primis Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Oscar Wilde, Jim Morrison, Friedrich Nietzsche, Anne Rice, Edgar Allan Poe, Isaac Asimov, Giorgio Faletti, William Shakespeare, Eugenio Montale, Salman Rushdie. La letteratura romantica e decadente in genere, specialmente anglo-francese. E poi non disdegno le biografie dei miei gruppi preferiti.
|
*loading* occhi spenti, parole buttate al vento.
Sfumature: abisso amicizia amore angel appassito bambino viziato beauty bitterness buio bullet for my valentine cambiamento catene cavaliere concerto continua cretino delusione desiderio desire despair distanza dolore dream dream theater emptiness end endless estate everdream fanculo fantasy fatti favola feeder felice ferite fragilità freddo funeral gelosia goo goo dolls guns him hope icarus incubo inizio iron maiden lacrime lagne libertà light loneliness luce memories metallica morte moto mystery nascita negazione night nightwish obsidian reverie odio opera palalido parole penelope phantom piagnistei poesia principessa rabbia rain realtà risposta sacrificio seghe mentali shakespeare sleep smashing pumpkins sogni solitudine soulless spirito stelle swim tata te tempesta thousand miles verità vita volare vuoto wait wings zero
The chronicles: oggi ottobre 2009 settembre 2009 agosto 2009 luglio 2009 maggio 2009 aprile 2009 marzo 2009 febbraio 2009 gennaio 2009 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 novembre 2007 ottobre 2007 settembre 2007 agosto 2007 luglio 2007 giugno 2007
|
Ipse dixit:
"Dies irae, dies illa solvet saeclum in favilla, teste David cum Sybilla. Quantus tremor est futurus, quando judex est venturus, cuncta stricte discussurus."
Exacting in ..::| Obsidian rever...Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... Fura in ..::| Interlude n°8... |